NOI NON CI SAREMO

Così hanno cantato i Nomadi e Guccini nella seconda metà degli anni 60.

Facili profeti.

Tra qualche milione di anni (forse anche molto prima) terremoti, eruzioni vulcaniche e movimenti tettonici rivoluzioneranno fin dalle fondamenta la forma e la struttura della Terra.

Senza contare quello che potrebbe arrivare dallo spazio: incontro – scontro con altri corpi celesti …

Certamente le forme di vita tuttora esistenti scompariranno tutte, soprattutto le più evolute.

Forse la vita sopravvivrà in forme primitive, nascosta in qualche anfratto, per ripartire ed evolversi secondo modelli del tutto nuovi: quando si saranno ristabilite le condizioni per la sua esistenza.

Noi, come specie, siamo un accidens, un episodio della vita come tanti altri, come tutti gli altri.

Anzi, visto che siamo invasivi ed estremamente perniciosi, probabilmente saremo spazzati via prima di altre specie.

Anche perché, nonostante la nostra boria, siamo, sotto il profilo strettamente biologico, piuttosto fragili.

Malgrado le tante nostre chiacchiere, abbiamo creato e creiamo continuamente le condizioni ideali per la nostra auto distruzione.

Siamo un vuoto a perdere … and nothing more.

Ma, proprio partendo da queste considerazioni, dovrebbe cambiare il nostro modo di stare al mondo.

Ha senso la distruzione del pianeta?

Hanno senso le guerre?

Che senso ha l’incessante proliferazione demografica che, decennio dopo decennio, peggiora le condizioni di vita di tutti?

Le risorse alimentari e non scarseggiano di anno in anno e per fare fronte ai crescenti bisogni si è costretti a ricorrere a pratiche che deturpano sempre più il pianeta e sfregiano il mondo della vita.

Noi non ci saremo … magra consolazione.

I posteri, se ci saranno, si ricorderanno di noi come delle generazioni irresponsabili, generazioni senza cervello capaci solo di distruggere e di creare le condizioni per la scomparsa della specie dalla Terra.

Cara Greta, non si tratta solamente di adottare delle misure anti inquinamento o di praticare un uso meno dissennato dei prodotti energetici, c’è bisogno di un radicale cambiamento di mentalità, di un nuovo approccio all’esistenza.

L’umanità, così come si è organizzata al presente, non è un ‘vuoto a perdere’, dato che si è sviluppata oltre ogni limite: in tutti i sensi.

E’ sicuramente ‘a perdere’, non però come ‘vuoto’, ma come ‘pieno’.

Il fatto è che noi esseri umani stiamo perdendo la capacità di pensare, di riflettere, di porci in tutta sincerità di fronte ai problemi per cercare di risolverli.

Stiamo vivendo una delle situazioni più pericolose: per le vicende personali e per la storia dei popoli.

Sono frangenti in cui può accadere di tutto.

La mente diventa il terreno delle idee fisse, delle manie e delle ossessioni.

I popoli si lasciano guidare dagli istinti, dall’orgoglio, dalla hybris di onnipotenza.

Gli altri diventano birilli, ostacoli da scavalcare, impedimenti da spazzare via in ogni modo, con ogni mezzo.

Eppure basterebbe poco per sfuggire a questo ‘cupio dissolvi’.

Basterebbe recuperare i pochi valori fondamentali che sono alla base del nostro stare al mondo.

Cercare di vivere tutti nel migliore modo possibile’.

Basterebbe che ci uniformassimo a questo semplice principio.

Ci vuole tanto?

RIPRENDERE

Si tratta, ad un certo punto, di ricominciare, di ripartire.

E, prima ancora, di riprendersi.

Ci provo ma non ci riesco.

Non perché ci sia qualcosa di grave e pesante che si oppone: sono, semplicemente, svuotato.

E’ come se la persona cara che se n’è andata, senza volerlo, si fosse portata via una buona parte della mia interiorità, della mia mente.

Al punto che, adesso, non riesco più ad elaborare pensieri muniti di senso né, tanto meno, a descriverli.

Per scrivere qualcosa devo farmi forza, quasi violenza e così la spontaneità svanisce e tutto mi sembra macchinoso e artefatto.

Come uscirne?

Aspettando, credo.

Ma fino a quando?

Non avrei mai pensato che mi succedesse.

Immaginavo, invece, di avere tanto da raccontare, da riflettere e poi da esternare.

Invece niente.

Il vuoto più spinto e solido.

Il che significa, almeno per me, che la dipartita della persona cara non è solo la perdita di ‘qualcosa di esterno’ ma si connota come una diminuzione dell’interiorità.

Spero sia temporanea visto che provoca un profondo disagio che sconfina nella sofferenza.

Vorrei reagire ma non ne ho le forze.

Più che le forze mi mancano i contenuti.

Fare sì, ma che cosa?

Quali concetti sviluppare se la mente è vuota, quali sentimenti coltivare se il cuore è arido, secco, privo di umori?

Non ti accorgi dell’importanza delle persone finché ce l’hai accanto, finché la puoi toccare o contattare facilmente.

L’abitudine e la consuetudine dei rapporti fanno il resto.

Le persone familiari diventano un po’ come il mobilio di casa, ‘qualcosa’ di assolutamente normale, talmente normale da diventare trascurabile.

Ti accorgi della sua importanza solo quando, magari dopo decenni, viene rimosso, quando quella persona che completava il tuo mondo non c’è più.

Allora sopravvengono i rimpianti e i ricordi che, spesso, anziché riempire il vuoto creatosi, lo allargano e approfondiscono.

Bisogna farsene una ragione’, si dice.

Certo!

Di tutto bisogna farsene una ragione: anche delle catastrofi e delle guerre.

Forse è più facile guarire da una ferita materiale, dalla perdita o dalla rovina di un oggetto, per quanto importante esso sia.

Con le persone è diverso, soprattutto se c’è di mezzo una convivenza pluridecennale.

La scomparsa porta via interi capitoli della storia personale, è in realtà uno strappo che asporta radici, che mutila le membra dell’anima fino a farle sanguinare.

Metto punto.

Mi rendo conto che il lettore ‘estraneo’ potrebbe averne abbastanza di questa mia estrinsecazione e non capire tanta insistenza.

Le situazioni si comprendono solo se c’è sintonia, similitudine di circostanze, pari intensità emotiva.

Altrimenti la loro descrizione annoia o, peggio, infastidisce.

Auguro a tutti di non provare quanto io ho cercato di descrivere e di trapassare, ultra vecchi, sereni e appagati.

SONO AFFASCINATO …

Tutto ciò che riguarda l’Universo, la sua storia, la sua formazione, le caratteristiche, il suo futuro mi attira irresistibilmente. Mi interessano le diverse teorie, le ipotesi e le discussioni.

Leggo con avidità gli articoli e i saggi che approfondiscono la conoscenza del nostro pianeta, la Terra: mi incuriosiscono le ipotesi sulla sua generazione, le illustrazioni della sua evoluzione, le congetture sulla sua fine.

Guardo con molto attenzione i documentari che illustrano la vita degli animali e seguo con interesse tutto ciò che riguarda la Natura.

Apprezzo l’arte e godo di tutte le sue realizzazioni con particolare predilezione verso la pittura e la poesia.

La musica poi riesce a farmi dimenticare persino le peggiori brutture del quotidiano.

Amo, naturalmente le questioni filosofiche che cerco di approfondire e di capire in ogni loro aspetto.

La Natura ha prodotto realtà sbalorditive, nello studio delle quali è bello immergersi fino all’esaurimento.

E gli umani, per certi aspetti, non sono stati da meno.

Ma poi …

Vengo tirato a forza dentro la quotidianità da una serie di situazioni e di eventi che definire deprimenti è del tutto fuorviante.

Potrei cominciare dalle miserie della politica italiana per passare poi alle guerre: le tante guerre che insanguinano il pianeta, che mietono migliaia di vite e che rischiano di mettere in pericolo l’intera umanità.

E continuare con le intemerate sui cambiamenti climatici e con le paure legate al movimento dei popoli.

Per sintetizzare dovrei soffermarmi sulla follia della mia specie che, anziché preoccuparsi di vivere al meglio nella minuscola porzione dell’Universo in cui si trova, fa di tutto per starci male, per sgorbiare ogni cosa.

Eppure sarebbe così semplice: basterebbe farsi guidare da alcune idee forti di fondo (poche) e tutto sarebbe più agevole. Il pianeta diventerebbe più vivibile per tutti.

Non sono ‘ireneo’ per partito preso né ho gli occhi o il cervello foderati di prosciutto.

Le difficoltà e i contrasti sono insopprimibili, appartengono al nostro DNA.

Ma credo che, se non vivessimo con la testa immersa solo nel presente, nell’hic et nunc, e fossimo capaci di considerare la nostra storia, la natura dell’Universo, il senso della nostra presenza sulla Terra, io penso che riusciremmo ad essere diversi, anche più solidali.

Per non parlare di Dio: tutti i capi di governo che scatenano guerre seminando a piene mani odio e morte, che coltivano solo il proprio ‘particulare’, tutti dicono di credere in Dio.

Come fanno?

Vi rendete conto?

Solo la follia può spiegare i loro comportamenti.

Credono in Dio, nel tribunale supremo che li attende dopo la morte che deciderà la loro sorte per l’eternità e scatenano guerre, ammucchiano uno sull’altro centinaia di migliaia di morti.

Com’è possibile?

Si tratta di un arcano più incomprensibile e insondabile di qualunque altro mistero.

Per tornare al titolo: sono affascinato sì, ma anche sconcertato.

A questo punto non so nemmeno se siano più impenetrabili i misteri dell’Universo o i meandri della mente umana.

MARTA e MARIA

Un anno o poco più è durata la malattia della mia moglie-amica che poi se n’è andata all’inizio di gennaio.

Naturalmente, quando si perde una persona cara, poi restano i pensieri, le riflessioni, le considerazioni su ciò che è stato e su come si è svolto.

E’ da questo ‘dopo’ che nascono i rimpianti e i sensi di colpa, non tanto dall’evento in sé.

Per me è stato un anno di grande impegno e fatica: per tutta una serie di incombenze pratiche che non sto qui ad elencare.

Le mie giornate erano piene di cose da fare, da mattina a sera inoltrata, senza intervalli degni di nota.

Mia moglie era alle prese con il suo malanno, di cui ha conosciuto la natura fin dall’inizio: l’ha affrontato con lucidità e stoica accettazione.

Senza dare fastidio a nessuno: lei non credente, si è aiutata anche con la preghiera.

Qualcuno può giudicare i comportamenti di una persona mentre percorre l’ormai brevissimo intervallo che lo separa dalla morte?

Soprattutto se il suo modo di fare non dà fastidio a nessuno e si concretizza in pratiche innocue di auto conforto.

 

Negli ultimi mesi mi chiedeva spesso di fermarmi accanto a lei: per parlarle un po’ o anche solo per pura, semplice e silenziosa compagnia.

Talvolta lo facevo, la assecondavo ma sempre di fretta, sempre incalzato dall’urgenza delle cose da fare. Che erano tante, impegnative e, certo, ricadevano tutte su di me.

Dopo, adesso, che l’evento si è ormai compiuto, ritorno a quei momenti e, naturalmente, mi pento di essere stato tanto frettoloso, di non averle dedicato più attenzioni, tutto il tempo di cui lei aveva bisogno.

Il fatto è che si dovevano combinare due situazioni completamente diverse: da una parte la consapevolezza di essere ormai in procinto di lasciare tutto e tutti, dall’altra l’urgenza del quotidiano, dell’immediato presente.

Lei mi interpellava già presa dall’afflato dell’eterno, io interagivo con la frenesia dell’ordinario.

Questo ‘conflitto’ mi ha riportato alla mente l’episodio evangelico di Marta e Maria.

Queste erano due sorelle: vedendo passare Gesù, Marta l’ha invitato in casa loro.

Gesù si accomodò e riprese a parlare: Maria si sedette ai suoi piedi mentre Marta continuò a sbrigare le faccende di casa.

Anzi quest’ultima, vedendo la sorella sfaccendata intenta ad ascoltare, si rivolse direttamente a lui pregandolo di spingerla a darle una mano.

Ma Gesù le rispose: ‘Marta, Marta , tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta’.

Ecco, io ho ripetuto Marta. Ho dato più importanza alle faccende domestiche e ho compresso il rapporto con lei.

Lei voleva confermare e rinsaldare il rapporto, aveva bisogno di sentirmi ancora più vicino, avrebbe voluto affrontare insieme a me, per mano, il passo estremo che le si stava aprendo sotto i piedi.

Io ero tutto preso dal presente, da faccende di nessun conto rispetto alla sua condizione esistenziale.

Tanto materiale per i rimpianti, per i rimorsi, per i sensi di colpa.

Tutto questo per dire che a volte trascuriamo ciò che è veramente importante, ciò che è decisivo e profondo nei rapporti umani per fare altro, per occuparci di nugellae, per perderci in mille rivoli inconcludenti.

Io credo che ci succeda spesso, solo che il più delle volte non ci facciamo caso oppure veniamo sommersi dalle ondate del tran tran quotidiano che tutto trasporta, tutto svilisce e seppellisce nei meandri della coscienza.

Qualche volta tuttavia, soprattutto in presenza di eventi capitali, ci succede di ritornare su quanto fatto e detto e allora scopriamo la nostra superficialità, la leggerezza non-kunderiana che trasvola su tutto, tutto annulla senza lasciare traccia.

In questi casi soffriamo e ci rammarichiamo e scontiamo tutta intera la nostra insipienza e l’impotenza.

Non abbiamo altra scelta che di aspettare e lasciare che il tempo faccia il suo corso e il suo mestiere.

( Ma perché non si riesce mai ad averlo prima ‘il senno di poi?’ )

RICOMINCIARE … (!?)

Per più di un anno mi sono dovuto occupare della malattia di una persona a me carissima che, purtroppo, si è conclusa con la morte.

Ancora non mi capacito della perdita, ancora il mio animo è scosso dall’evento e ancora la mia mente fatica a concentrarsi su qualcosa di diverso.

La morte è una vicenda della vita, si sa, è l’accadimento più certo e ineluttabile.

Eppure, nonostante questo, è l’evento che più sconvolge e tramortisce,

O forse proprio per questo.

Se ciò è vero si potrebbe pensare che l’umanità è impegnata con tutte le sue energie a scongiurare la morte, non a impedirla, visto che è impossibile, ma a renderla più ‘naturale’ e meno traumatica possibile.

E invece … è sotto gli occhi di tutti. Dispensare morte sembra lo sport preferito dell’umanità.

Troncare esistenze, non quelle di persone anziane o gravemente malate, ma di giovani, di ragazzi, di persone che della vita non hanno ancora assaporato a pieno il midollo.

Follia della guerra a parte, la morte, pur essendo un evento naturale, resta pur sempre qualcosa di capitale e decisivo, qualcosa che coinvolge tutte le dimensioni della persona, dalla razionalità all’emotività.

Preso fin nell’intimo dalle occorrenze personali, nell’anno appena trascorso non mi sono interessato più di tanto a ciò che mi accadeva intorno: nel mio Paese e fuori. Soltanto adesso comincio ad aprire occhi e orecchi.

Da quanto sento dovrei dire che, in fondo, non mi sono perso niente di importante.

Niente di bello o appassionante in ogni caso, tale da dover essere amaramente rimpianto.

No, mi pare che è tutto come prima: anzi ad essere pignoli e, comunque, realistici, è tutto un po’ peggio, un po’ più degradato, un po’ più avanti nella china scivolosa verso una distruzione più ampia e generalizzata.

Mi pare che più di prima aleggi, nei discorsi dei politici, nei resoconti giornalistici, anche nella chiacchiera di molta gente comune, una gran voglia di menar le mani, di pareggiare i torti – veri o presunti -, di mettere in riga, di fargliela pagare, di imporre ‘diritti’, di pretendere rispetto per non meglio precisati doveri.

Cupio dissolvi’ riemerge prepotentemente dalle nebbie della Storia a reclamare le sue vittime sacrificali.

Non capisco perché l’umanità, periodicamente, cada vittima di queste malie.

Sembra quasi un meccanismo biologico di auto regolamentazione.

Che sfama, con milioni di morti, quella che secondo Freud è una irrefrenabile pulsione.

E ritorniamo alla morte, quella di massa, quella che con la quantità soffoca la qualità, quella che mostra, inequivocabilmente, la follia di una specie che si auto definisce razionale.

La morte di massa da evento sconvolgente diventa numero, serie, diventa qualcosa di ordinario e ripetitivo, come le folle dei supermercati.

D’altro canto, la morte della persona amata resta comunque una tragedia ineffabile.

Non si può dire, perché è inconcepibile, inaccettabile, per dirla tutta: a conti fatti risulta insopportabile.

Più che credere nella dimensione ultraterrena, in un altro tipo di esistenza dopo quella terrena, bisognerebbe averne la certezza.

Solo allora svanirebbero i sensi di colpa e il tempo che resta al sopravvissuto si trasformerebbe in una dolce attesa.

Ma così … la morte rimane un salto nel buio che solo la fantasia può e riesce a colmare.

Vivere – per – la – morte’, pontifica Heidegger. (Ne tratterò prossimamente).

E’ stato frainteso, dai governanti soprattutto: che spingono quotidianamente i loro sottoposti a ‘vivere la morte’.

Per ideali ‘altissimi’, naturalmente. Gli stessi per i quali loro, i governanti, preservano con cura le proprie esistenze.

A mio modesto parere: bisognerebbe vivere a pieno per la vita accettando la morte quando sopravviene per cause naturali.

Non è facile, lo so ma ci si potrebbe aiutare con l’arte, la musica, la poesia, la filosofia…

La stessa credenza in una esistenza spirituale dopo la morte, in fondo, aiuta a vivere meglio, più serenamente.

Aiuta soprattutto chi resta a non sprofondare nell’abisso della morte.

PROVA

Ho ricominciato a scrivere qualcosa dopo tanto tempo.

Confesso che non mi ricordo più bene i vari passaggi per pubblicare .

Questo è un tentativo: nel senso che con questo testo provo a ricordarmeli.

Scusatemi e a … presto?

SPARIRE …

Sì, sono sparito.

Da mesi non digito più una lettera.

Non sono morto, per ora.

Sono stato travolto dagli eventi della vita.

Travolto e portato via da un fiume in piena.

Che non mi ha dato tregua.

Nemmeno per respirare.

Che non mi dà tregua.

Sto rubando qualche minuto al sonno, questa sera, di solito non ce la faccio. questa sera mi sono fatto forza, violenza: per far sapere a chi mi leggeva che non mi sono ‘dato’ di mia spontanea volontà.

Il destino mi ha segnato e portato via.

Vorrei un’altra vita.

Mi piacerebbe anche il 41 bis, anche tris.

Ma non c’è niente da fare.

Devi stare al tuo posto, vivere secondo il ‘dovere’, impersonare esattamente il ruolo che la vita (il destino? il caso? gli eventi? …) ti ha messo davanti.

Tu devi: e non hai alternative.

E poi ci sono anche gli affetti, i legami di una vita i mille lacci e lacciuoli che anni e anni, decenni, hanno filato e teso tra te e i tuoi cari.

Ti trovi avvolto in una ragnatela, fatta di imposizioni morali e di vibrazioni emotive, che non riesci più a districare.

Che non puoi districare.

E  forse anche ‘non vuoi’.

Quindi vai e basta.

Dove?

Nessuno può saperlo.

Non vai certo dove ti porta il cuore.

Vai dove ti sospinge tutto ciò che sei stato e ciò che sei.

Bonum certamen certavi.

Cursum consummavi.

Fidem servavi.

L’ha detto l’apostolo.

Io ho combattuto e ancora combatto la mia battaglia: se buona o cattiva non sta a me stabilirlo. Secondo me è quella che io devo combattere. Tanto mi basta.

Ho percorso la mia strada. Se tutta o in parte non lo posso sapere io. A occhio, comunque, ne ho sfangata un bel po’.

Ho conservato la dignità. Ho vissuto in modo da non essere costretto a sputarmi in faccia, guardandomi allo specchio.

Chiudo qui.

Non so se e quando riuscirò a ritagliarmi qualche altro minuto per digitare delle parole.

Mi accontento di queste.

Vorrei sottolineare che questo mio non è un piagnisteo.

E’ una presa d’atto, lucida e doverosa.

Alla prossima (se mi sarà concessa).

ACCENDERE UN FUOCO (28-04-2023)

ANDARE A FONDO

To build a fire.

E’ il titolo di una racconto di Jack London.

Forse ne ho già parlato o forse no: lo richiamo per sommi capi.

Narra la vicenda di un esploratore che si trova ad attraversare tutto solo delle lande innevate a temperature proibitive.

Lo accompagna il suo cane.

Ad un certo punto, in un tratto di fiume gelato, il ghiaccio si rompe e l’uomo si bagna i piedi: di qui la necessità di accendere subito un fuoco per evitare il congelamento.

Nonostante le dite mezze congelate, riesce ad accendere un fuoco ma nel posto sbagliato: si è posizionato sotto un grosso albero dalle cui fronde, smossa dal calore, precipita una folata di neve che spegne il fuoco.

Non ha più fiammiferi per riprovarci e, come unica possibilità di salvezza, pensa di potersi scaldare con il suo cane.

Il congelamento intanto avanza e il cane non si lascia avvicinare: ‘sente l’odore della morte’, annota lo scrittore e dopo un po’ abbandona l’uomo al suo destino e si dirige verso l’accampamento.

La lezione che se ne può trarre qual è?

Che è bene non affrontare da soli certe situazioni: nel senso che nemmeno un cane può bastare. Bisogna, invece, sapersi scegliere i compagni giusti.

Il cane ha seguito il suo istinto e non si è comportato come l’animale che abbiamo imparato a conoscere nelle favole.

Ma che cosa fanno, poi, tanti esseri umani in situazioni simili?

Che cosa facciamo noi?

Quante volte vediamo sprofondare i nostri simili e non muoviamo un dito!

E non mi riferisco solo ai disgraziati provenienti da altri mondi ma, soprattutto, ai nostri vicini, alle persone del nostro quartiere, della nostra strada, del nostro caseggiato.

Persone che per una malattia, per la perdita del lavoro, anche per una nascita a volte o per qualunque altro improvviso accidente si trovano sradicati dal loro quotidiano tran tran e precipitati verso il basso lungo una china priva di appigli.

Scivolano, tentano disperatamente di riprendersi ma più si agitano e più sprofondano.

Proprio come chi si sia impantanato dentro le sabbie mobili.

E chi gli sta intorno vede tutta la scena, constata giorno per giorno il progressivo sprofondamento ma non fa assolutamente niente, in molti casi si gira da un’altra parte. Perché non è piacevole veder soccombere chi ci sta vicino: molto meglio cancellarlo dalla vista e dalla mente.

Ho visto talvolta un branco di leoni assalire uno gnu: lo abbattono e cominciano a cibarsene.

La mia attenzione è sempre stata attratta dagli altri gnu che tutti in cerchio si fermano a guardare il banchetto.

Non sempre così vanno le cose quando ad essere assalito è un bufalo: spesso questi erbivori reagiscono, trovano il coraggio di assalire i felini fino a farli scappare così da salvare il loro ‘compagno’.

Sarà perché siamo tanti, troppi forse o per non so quale altra nostra caratteristica genetica ma nei fatti, noi esseri umani che ci crediamo tanto sensibili e superiori, ci comportiamo come gli gnu.

Raramente e solo in casi eccezionali diventiamo ‘bufali’.

Lo so che sono cose che non si dovrebbero dire ma dobbiamo avere il coraggio dell’onestà.

Ci si può perdere commettendo l’imprudenza di viaggiare soli in un territorio ostile ma si può andare a fondo anche in mezzo ad una società affollata. Nell’indifferenza generale.

Tali siamo.

GROUND ZERO (10-04-2023)

E’ il punto più basso toccato dalla storia umana in una determinata epoca.

Naturalmente la valutazione è ‘soggettiva’ e dipende dalle circostanze e dalla temperie culturale di un periodo.

L’espressione è stata usata negli ultimi decenni in riferimento a fatti storici abnormi, la cui portata è stata vissuta quasi come extra storica, come spartiacque tra un prima e un dopo.

A ben vedere, a parte l’uso contemporaneo che ne facciamo, la locuzione si potrebbe riferire ad un’infinità di eventi che hanno marcato con il fuoco la storia umana: dai quali, tuttavia, l’umanità è sempre riuscita a ripartire e a rigenerarsi.

Almeno fino ad oggi.

E così con Ground Zero ci si riferisce alla distruzione delle Twin Towers del World Trade Center, crollate in seguito all’attacco terroristico dell’11 settembre 2001.

Ma le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki del 6 e del 9 agosto 1945 come le chiameremo?

E quanti altri Ground Zero ha vissuto l’umanità nelle varie parti della Terra?

A Ground Zero si saranno sentiti i popoli occidentali quando sono stati travolti e sottomessi dalle ‘nuove’ popolazioni giunte da Nord e da Est (quelle che noi chiamiamo ‘barbari’); lo stesso potremmo dire delle genti assoggettate dai Mongoli e dagli Arabi; e degli indigeni d’America e degli aborigeni australiani. … … …

C’è poi un Ground Zero individuale, che tocca le singole persone.

Personalmente ho vissuto come una specie di Ground Zero anche l’uccisione di Salvador Allende dell’11 settembre 1973.

Molti hanno avuto ed hanno la fortuna di non vivere mai un loro personalissimo Ground Zero, ad altri ne tocca più di uno.

Alcuni soccombono al primo.

Non è facile vivere un Ground Zero e ancora più difficile è continuare a vivere dopo.

Forse è più facile vivere e sopportare un Ground Zero ‘sociale’ rispetto a uno personale.

Il primo, per quanto atroce, imprevisto e terribile, si distribuisce su più soggetti, anche su migliaia o milioni, il che, se non attutisce il colpo, ne distribuisce l’impatto e ne stempera in qualche modo gli effetti.

Il Ground Zero personale è più complicato da gestire, più duro e imprevedibile.

Anche qui dipende molto dalla trama dei rapporti sociali in cui l’interessato è inserito.

Chi è solo impreca, fatica, si divincola, cerca disperatamente una via d’uscita: può farcela o no, dipende dalle sue note caratteriali e di personalità. Tutte le soluzioni, anche le più drastiche, sono possibili e nessuna è prevedibile.

Melius est ergo duos esse simul, quam unum … Si unus ceciderit, ab altero fulcietur: vae soli: quia cum ceciderit, non habet sublevantem se (Ecclesiaste 4, 10) «Meglio è dunque essere due insieme piuttosto che uno solo … Se uno cade, l’altro lo sostiene; guai a chi è solo, perché quando cade non ha chi lo rialzi».

Guai a chi è solo! Lo intima la Bibbia. Chi è solo rischia di non trovare appigli per risollevarsi.

Il fatto è che la condizione di ‘solitudine’ non è sempre il frutto di una scelta consapevole ma è spesso la conseguenza di una serie di circostanze non sempre dipendenti dalla volontà individuale.

Le stesse note caratteriali che spingono una persona a non coltivare i rapporti sociali, difficilmente possono essere ascritte ad un soggetto come ‘colpa’.

La vita è un po’ come una corsa sulle montagne russe: non sempre la direzione che si prende è frutto di una scelta deliberata e consapevole ma è spesso obbligata, dettata dagli eventi.

Percorri un certo sentiero perché una serie di fattori ti ci hanno indirizzato: non puoi conoscere in anticipo tutte le ripercussioni della tue scelte né puoi sempre modificare il corso degli accadimenti strada facendo.

Allontana da me questo calice’: nemmeno l’uomo-dio Gesù ha potuto sottrarsi al suo terribile destino di dolore e annientamento.

Oltre alla trama sociale può essere di aiuto anche la fede: il credente può attingere le forze che non ha dalla divinità in cui ha riposto tutte le sue speranze.

Ma nemmeno la credenza in una divinità è automatica: la fede, in un certo senso, è un po’ come il coraggio di don Abbondio. Se uno non ce l’ha o non riesce ad accoglierla, non se la può dare.

Per non soccombere e non darla vinta al ‘destino’, si può praticare l’epochè: non tanto e non solo come atteggiamento gnoseologico ma proprio come condotta ‘pratica’.

Mettere tra parentesi tutte le avversità che grandinano sulla vita quotidiana, accettare le sfide della vita senza piagnucolare e senza piegarsi, portare il proprio fardello con dignità, in faccia alla crudeltà del destino.

In attesa di che cosa?

Non c’è niente di preciso da aspettarsi, solo la consapevolezza (l’orgoglio?) della propria piccola grandezza.

Solo parole?

Può darsi.

In certe situazioni-limite, anche le parole sono azioni.

ARRESTATE PUTIN! (19-03-2023)

Il mandato di arresto internazionale è stato emesso dalla Corte penale internazionale dell’Aia.

Bene!

Lo stesso mandato dovrebbe essere emesso nei confronti di Biden, responsabile di orrendi massacri in Medio Oriente.

Nei confronti dei primi ministri inglesi, sempre a fianco degli americani nel bombardare e massacrare.

Nei confronti dei presidenti francesi per le atrocità perpetrate in Africa e dintorni.

Nei confronti dei regnanti dell’Arabia Saudita impegnati a bombardare quotidianamente lo Yemen.

Nei confronti del turco Erdogan, responsabile dei massacri compiuti a danno dei Curdi.

Nei confronti del cinese Xi, impegnato a reprimere violentemente gli uiguri.

Nei confronti di molti leader africani responsabili di veri e propri genocidi.

… … …

E’ stato emesso, senza alcun effetto, contro il sudanese Al Bashir, che continua ad essere uccel di bosco.

Gli unici che hanno subito le conseguenze di quei mandati di arresto, sono stati i leader Serbi: abbandonati da tutti, anche dai loro stessi compatrioti.

Che dire?

Che questo mandato d’arresto emesso contro il solo Putin sa tanto di strumento di lotta politica: con la giustizia ha poco a che fare.

Così, isolato e solo, esprime in maniera chiara tutta l’ipocrisia dell’Occidente.

Addirittura Biden si permette di commentare: ‘è giusto’.

Lui che avrebbe dovuto essere gratificato dello stesso mandato ben prima di Putin.

Esimio Occidente: se non sai essere coerente e deciso fino in fondo e con tutti, stai zitto, almeno. Fai più bella figura.

Diversamente pretendi di certificare che c’è massacro e massacro, atrocità e atrocità, nefandezza e nefandezza.

Su alcuni ci si volta da un’altra parte e si chiudono entrambi gli occhi, sugli altri ci si dimostra irremovibili.

Machiavelli non avrebbe potuto consigliare di meglio’.

Pena!