IL SENSO …

Delle cose, degli eventi, delle esperienze, della vita e della morte, dell’aldiqua e dell’aldilà, del prima e del dopo … dell’Universo tutto.

Sicuramente è già stato detto ma lo ripeto: l’essere umano è tale perché si interroga, riflette, cerca di capire e di approfondire, si sforza di risolvere i problemi, di illuminare i dubbi e gli enigmi e di darsi delle risposte.

Crediamo che questi atteggiamenti lo qualifichino in modo particolare e siano quelli che, più di tutti, lo differenziano dagli animali.

Tutto questo avviene a vari livelli, nel senso che coinvolge le persone in modo molto diverso: sicuramente esistono milioni di individui che non hanno né il tempo né la possibilità di porsi delle domande- Per non parlare dell’elaborazione delle risposte. Presi come sono dalle necessità della sopravvivenza.

E c’è anche chi, pur avendone tempo e modo, si dedica ad altro, si stordisce con mille distrazioni al punto da arrivare a varcare l’ultima soglia senza mai aver riflettuto nemmeno un minuto.

Appartengo alla minoranza che un po’ di tempo ce l’ha e quindi pratica la riflessione in forza di automatismi più che decennali.

Non dico che sono migliore di altri, anzi!

Spesso invidio chi vive alla giornata, con la mente sgombra, unicamente preso dalle mille leggere incombenze della vita quotidiana.

Come vorrei esserne capace anch’io, almeno qualche volta.

Nemmeno il Leopardi si è ‘salvato’: è morto sulla soglia dei suoi 39 anni, sicuramente giovane almeno secondo i criteri odierni ma quanti interrogativi, quante riflessioni, quanti scavi interiori ha disseminato non solo nelle sue prose ma anche nella sua produzione poetica.

Il periodo in cui viviamo si presta in modo particolare a suscitare domande: tuttavia mi pare estremamente povero nell’offrire risposte.

La cosa certa è che non esistono più leader, persone capaci di indicare la strada, di proporre ideali degni di essere vissuti, di delineare un train de vie percorribile e fruttuoso, di suscitare non dico entusiasmo ma almeno un vivo interesse per il raggiungimento della convivenza pacifica tra i popoli.

Ultimamente, al contrario, si parla sempre più insistentemente di guerra, di bombardamenti e perfino dell’impiego di bombe atomiche.

E’ la follia che ritorna.

Sembra che l’umanità non possa, non riesca a farne a meno.

In questo, bisogna riconoscerlo, non siamo migliori degli animali, di quelli più feroci.

Anzi, siamo molto più distruttivi e micidiali.

Non siamo cambiati minimamente rispetto alle epoche antiche: e dire che ci meravigliamo delle tante sanguinose guerre combattute da Gengis Khan, tanto per fare un solo esempio. Non ci accorgiamo che le sue guerre, rispetto alle nostre, erano delle baruffe. La sua ferocia che tanto ci fa inorridire, rispetto alla nostra, è paragonabile agli scapaccioni di un nonno severo.

Abitiamo la Terra, un piccolissimo atomo dell’immenso Universo: un pianeta adatto alla vita, ricco di mille meravigliose qualità.

Dovremmo esserne consapevoli, non è difficile, e operare per starci, tutti, nel miglior modo possibile.

Per fare questo dovremmo cogliere il senso profondo del nostro stare al mondo e agire di conseguenza: dedicarci a tutto ciò che serve a garantire e ad aumentare il benessere generale.

Non siamo forse ‘animali razionali’?

Dovremmo quindi essere consapevoli che la felicità non può appartenere a pochi (a danno o anche solo ad esclusione dei più): sappiamo che la maggioranza emarginata farà sempre di tutto per intaccare questa felicità.

Qualcuno potrebbe obiettare: chi l’ha detto che l’aspetto qualificante la nostra natura è la razionalità? Dove sta scritto che la nota dominante il nostro carattere è la compassione?

Potremmo dire che è stato detto e scritto, fin dai rempi antichi.

Ma è stato ugualmente scritto che siamo venuti al mondo per vivere secondo i nostri istinti più forti, non per comprimerli o, peggio, per sradicarli.

Ecco ‘il senso’ da cui sono partito: chi si ferma a queste ultime espressioni non va in profondità, non coglie (non vuole o non può) il significato vero della nostra natura.

Si concentra sui ‘pochi’, non considera le esigenze di tutti gli appartenenti al genere umano.

Anzi si meraviglia della reazione ‘dei più’ perché vorrebbe banchettare in santa pace ‘alla faccia’ dell’indigenza della maggioranza.

Devo dire che costoro non hanno capito niente della ‘natura’ umana.

E fino a che questa minoranza agguerrita e prepotente non avrà colto ‘il senso’ della vita, continueranno per l’umanità le guerre e le sofferenze ‘gratuite’.

TERZA

Le televisioni parlano tranquillamente della terza guerra mondiale.

I giornali sviscerano l’argomento con grande zelo, quasi si trattasse di approfondire le guerre puniche.

Se ne discute tra amici e conoscenti, come se si dovesse accordarsi per un aperitivo.

La prima guerra mondiale ha causato circa 12 milioni di morti. Ci sono stime che variano in più e in meno. Senza dimenticare i milioni di feriti, più o meno gravi.

Nella seconda guerra mondiale ci sono stati almeno 55 milioni di morti: più i milioni di feriti, naturalmente. Questa guerra è stata notevole anche per le immani distruzioni.

Che cosa possiamo aspettarci dalla terza che, sicuramente, sarà combattuta anche con bombe atomiche?

I morti si potranno contare a centinaia di milioni, le distruzioni saranno inimmaginabili e l’ambiente risulterà inquinato per decenni.

Qualcuno pensa che la guerra non scoppierà, vista anche la deterrenza psicologica collegata alle bombe atomiche.

Mi pare che questo era vero fino a qualche anno fa, quando non si riusciva nemmeno ad ipotizzare l’utilizzo delle bombe atomiche.

Adesso se ne parla con grande naturalezza come se si trattasse di carri armati.

Per superare e far superare il rifiuto totale dell’utilizzo dell’armamento atomico si è cominciato a far ricorso ad un aggettivo: gli ordigni atomici sono diventati ‘bombe atomiche tattiche’. L’aggiunta dell’aggettivo finale le ha rese più accettabili. Sono atomiche sì, ma tattiche, quindi quasi normali.

Ho sempre pensato che dovrebbero essere i popoli ad impedire la follia della guerra, dato che sono quelli che ne pagano il prezzo più ‘salato’.

E mi sono sempre meravigliato della loro incapacità ad organizzare un rifiuto reale e totale.

Lo si vede anche adesso in Palestina: di fronte all’esercito che avanza il popolo fugge, si fa traslocare, accetta di andarsene e di lasciare libero il campo.

Che cosa succederebbe, invece, se le decine di migliaia di abitanti di Rafah scendessero tutti insieme nelle strade e si sdraiassero uno accanto all’altro?

Potrebbero i carri armati passare sopra decine di migliaia di corpi? Ne dubito.

Così adesso, ce ne stiamo in silenzio e in disparte a vedere noi stessi e tanta parte dell’umanità scivolare verso una guerra che potrebbe essere sommamente distruttiva e oltremodo sanguinosa.

Mi viene in mente la descrizione che J.J. Rousseau fa della nascita della proprietà privata (Secondo discorso sull’origine e i fondamenti dell’ineguaglianza tra gli uomini).

C’è stato un momento, immagina, in cui qualcuno ha cominciato a recintare degli appezzamenti di terreno e a dire che erano suoi, solo suoi, escludendo quindi tutti gli altri dalla loro utilizzazione.

Le persone intorno non si sono rese conto di ciò che stava accadendo e, anziché intervenire tutte insieme a strappare le recinzioni, hanno lasciato fare. Così è nata e si è consolidata la proprietà privata.

Lo stesso accade a proposito della guerra: i popoli che cosa fanno? Stanno a guardare, lasciano fare, non si rendono conto delle terribili conseguenze di ciò che sta accadendo.

Delle guerre i popoli ne hanno sempre pagato il prezzo più alto: questa volta potrebbe essere salatissimo.

E’ rimasto solo il papa a implorare la pace.

Eppure l’abbiamo visto: quando ci si disinteressa delle decisioni dei politici, quando si decide di lasciar fare, di non intervenire, alla fine c’è il disastro.

Non dico nemmeno il brusco risveglio perché per milioni di persone ci sarà semplicemente l’ingresso nell’al di là e per altri milioni di esseri umani che sopravvivranno ci saranno decenni di sofferenze inaudite.

Sappiamo tutto questo e non facciamo niente, ne siamo consapevoli ma nessuno muove un dito.

Non è questa una forma di follia?

Inorridiamo quando leggiamo dei massacri dei romani o dei mongoli di Gengis Khan ma i milioni di morti delle ultime guerre e le centinaia di migliaia di quelle attuali ci lasciano del tutto indifferenti.

C’è qualcosa che non va, nel cervello della specie.

Qualcosa che fa dell’umanità la specie più distruttiva e auto distruttiva mai apparsa sulla faccia della Terra.

Ma allora, a che cosa ci serve la razionalità di cui andiamo tanto orgogliosi?

A che cosa servono le religioni che pure predicano il rispetto e la pacifica convivenza?

Si è tanto scritto e discusso sulle caratteristiche della nostra specie ma, a mio parere, non ci conosciamo ancora a fondo.

Se ci conoscessimo bene riusciremmo a individuare le spinte più distruttive e avremmo anche imparato a contenerle.

Sapremmo apprezzare la pacifica convivenza, conquistarla e mantenerla.

Ci comportiamo invece, non come esseri sensibili ma come robot impazziti.

LA RADURA

Ci sono filosofi che hanno esplorato le potenzialità positive dell’uomo e hanno indicato la strada da percorrere: il sentiero stretto e accidentato che permette agli esseri umani di vivere il meglio della loro essenza ( ‘fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza.).

Il più ‘grande’ in questo senso è Kant.

E ci sono pensatori che esplorano le ragioni buie della natura umana, le dimensioni notturne più che quelle solari, gli anfratti dell’essere più che le sue vette.

Si immergono nei bassifondi dell’esistenza e colgono aspetti che sfuggono ai più: riescono ad esprimere ciò che captano in un linguaggio criptico, da iniziati. Quasi incomprensibile.

Tra questi ci sono alcuni filosofi francesi del ‘900 (Foucault, Derrida, Lacan … tanto per fare qualche nome) e primeggia Heidegger.

Filosofi che non ho mai amato e che, forse, ho anche capito poco.

In parte e in qualche modo sto capendo adesso.

Sono i filosofi dell’ultima spiaggia, del sottobosco dell’anima, che capisci quando anche tu hai toccato il fondo e brancoli nel buio.

Sono i filosofi del limite, che scandagliano le zone oscure e impenetrabili della mente e della natura umana e le rendono nell’unico linguaggio possibile, appropriato alle tematiche.

Cioè estremamente criptico e quasi incomprensibile.

Vorrei accennare con poche parole al concetto di ‘radura’ (Lichtung) introdotto da Heidegger.

Radura’; luce improvvisa e breve nella selva dell’esistenza (dell’esserci), chiaroscuro che lascia intravedere ma che subito nasconde.

E vuol dire anche ‘diradare’: vedere e non vedere, perché la radura appare dopo il buio della selva e la sua luce può abbagliare e confondere.

Si tratterebbe di concedere spazio e tempo alla sempre sfuggente verità, che si può intravedere ma che subito scompare (aletheia).

Per tradurla in termini esistenziali; non so se sono entrato in questa specie di ‘radura’ o se sto ancora brancolando dentro una ‘selva oscura’.

Questo per il semplice fatto che la radura non offre una visione chiara e persistente e, rispetto all’oscurità della selva, colpisce con una luce che può anche essere ingannevole.

Il mio filosofo di riferimento è sempre stato Kant ma ci sono momenti in cui la sua ‘solarità’, la sua intransigente trasparenza sono difficili da mantenere.

In cui ci si sente a tal punto smarriti nell’oscurità baluginante della vita da riuscire a ritrovarsi solo nei labirintici dedali descritti dai pensatori delle età senza certezze.

Riuscirà il nostro ‘eroe’ ad incontrare il suo ‘Virgilio’ e a trovare il sentiero per superare la ‘selva oscura’?

Hoc est in votis.

Basterebbe riflettere sulle condizioni di vita in cui si agita gran parte dell’umanità: mi potrei addirittura sentire fortunato.

Ma non è facile.

Non sempre le disgrazie degli altri volgono in ottimismo il pessimismo soggettivo.

Le sfortune dei più rimangono all’esterno, al di là, non entrano nella mente dove invece furoreggiano i propri personalissimi mostri.

L’unica cosa veramente saggia da fare è aspettare, cercare di riflettere, ricomporre le situazioni inserendole in contesti più ampi.

Ridimensionare.

E chissà.

Il tempo può aggravare i contesti ma li può anche stemperare e risolvere: almeno in qualche modo.

Cosa che non sanno fare i potenti che guidano le nazioni.

Che alla solarità dell’ovvio, preferiscono il buio della foresta.

GUERRA!

C’è in giro, nei piani alti dei popoli, una gran voglia di scatenare una guerra generalizzata e disastrosa.

Nulla di eccezionale o di veramente nuovo.

E’ sempre successo, periodicamente, da che esiste l’umanità.

Né sono straordinarie o assolutamente nuove le modalità.

La guerra viene dichiarata dalle élites, che poi non la fanno; obtorto collo è accettata dai popoli che poi la devono fare, pagandone un prezzo salatissimo.

Di motivi per fare una guerra ce ne sono sempre, a bizzeffe: a ben guardare le società riproducono in modo amplificato ciò che succede nelle piccole comunità, anche nelle famiglie.

In fondo poi, a dirla tutta, non siamo molto diversi dagli animali rispetto ai quali, invece, ci sentiamo immensamente superiori.

Anzi le comunità animali, che noi spregiativamente chiamiamo branchi, hanno dei meccanismi congeniti, delle regole innate che limitano moltissimo la lotta mortale intraspecifica.

Succede a volte che individui della stessa specie si ammazzino per la conquista del potere procreativo, ma sono casi rari: gli animali conoscono molte modalità per evitare gli esiti più negativi delle lotte.

In ogni caso la mortalità degli individui in queste lotte intraspecifiche è estremamente limitata.

Solo l’essere umano, dato che è l’animale più intelligente, ha inventato strumenti di morte di massa, sistemi universali di sterminio.

Che usa a cuor leggero, quasi fossero goliardate, non tanto per garantirsi una continuità genetica o per accaparrarsi del cibo ma per i motivi più svariati: soprattutto per l’esercizio esclusivo del potere.

Siamo la specie più evoluta mai apparsa sulla faccia della Terra: capace, addirittura, di distruggere completamente sé stessa.

Cosa che nessun’altra specie è in grado di fare.

Marinetti, nel 1909, ha definito la guerra ‘sola igiene del mondo’.

Secondo Hegel la guerra è un fuoco rigeneratore che distrugge e purifica: ‘è un antidoto contro l’infiacchimento dei popoli, distrugge ciò che è vecchio e negativo e libera lo spirito’.

Per Kant, invece, è la pace che deve essere perseguita, fino ad arrivare a renderla perpetua.

Filosofi, scrittori e governanti propugnatori della guerra, tuttavia, si guardano bene dal farla.

La scatenano e la esaltano ma mandano gli altri a farla.

Ritengo con Kant che la guerra sia una delle azioni più disastrose: l’umanità dovrebbe impegnarsi per realizzare condizioni di pace durature.

Le società umane hanno a disposizione tante altre modalità e interventi per rinnovarsi, per liberarsi di ciò che è vecchio e sorpassato e ripartire. Per risolvere in modo pacifico i loro contrasti.

E’ naturale che i viventi, a qualunque specie essi appartengano, abbiano dei motivi per opporsi gli uni agli altri.

Ma dovrebbe anche essere ‘naturale’ che gli individui dotati di capacità intellettive adottino delle modalità non violente per risolvere i contrasti.

Altrimenti, a che cosa serve la razionalità?

Ad ammazzarsi meglio? Ad ammazzarsi a milioni per futili motivi?

Io penso che uno dei modi più efficaci per avere meno guerre sia il seguente: coloro che dichiarano la guerra e i suoi propugnatori siano obbligati a partire per primi, a mettersi subito in prima linea.

Loro e i loro famigliari più stretti.

Verrebbero escogitati mille modi per evitare le guerre, con grande beneficio per tutti.

NOI NON CI SAREMO

Così hanno cantato i Nomadi e Guccini nella seconda metà degli anni 60.

Facili profeti.

Tra qualche milione di anni (forse anche molto prima) terremoti, eruzioni vulcaniche e movimenti tettonici rivoluzioneranno fin dalle fondamenta la forma e la struttura della Terra.

Senza contare quello che potrebbe arrivare dallo spazio: incontro – scontro con altri corpi celesti …

Certamente le forme di vita tuttora esistenti scompariranno tutte, soprattutto le più evolute.

Forse la vita sopravvivrà in forme primitive, nascosta in qualche anfratto, per ripartire ed evolversi secondo modelli del tutto nuovi: quando si saranno ristabilite le condizioni per la sua esistenza.

Noi, come specie, siamo un accidens, un episodio della vita come tanti altri, come tutti gli altri.

Anzi, visto che siamo invasivi ed estremamente perniciosi, probabilmente saremo spazzati via prima di altre specie.

Anche perché, nonostante la nostra boria, siamo, sotto il profilo strettamente biologico, piuttosto fragili.

Malgrado le tante nostre chiacchiere, abbiamo creato e creiamo continuamente le condizioni ideali per la nostra auto distruzione.

Siamo un vuoto a perdere … and nothing more.

Ma, proprio partendo da queste considerazioni, dovrebbe cambiare il nostro modo di stare al mondo.

Ha senso la distruzione del pianeta?

Hanno senso le guerre?

Che senso ha l’incessante proliferazione demografica che, decennio dopo decennio, peggiora le condizioni di vita di tutti?

Le risorse alimentari e non scarseggiano di anno in anno e per fare fronte ai crescenti bisogni si è costretti a ricorrere a pratiche che deturpano sempre più il pianeta e sfregiano il mondo della vita.

Noi non ci saremo … magra consolazione.

I posteri, se ci saranno, si ricorderanno di noi come delle generazioni irresponsabili, generazioni senza cervello capaci solo di distruggere e di creare le condizioni per la scomparsa della specie dalla Terra.

Cara Greta, non si tratta solamente di adottare delle misure anti inquinamento o di praticare un uso meno dissennato dei prodotti energetici, c’è bisogno di un radicale cambiamento di mentalità, di un nuovo approccio all’esistenza.

L’umanità, così come si è organizzata al presente, non è un ‘vuoto a perdere’, dato che si è sviluppata oltre ogni limite: in tutti i sensi.

E’ sicuramente ‘a perdere’, non però come ‘vuoto’, ma come ‘pieno’.

Il fatto è che noi esseri umani stiamo perdendo la capacità di pensare, di riflettere, di porci in tutta sincerità di fronte ai problemi per cercare di risolverli.

Stiamo vivendo una delle situazioni più pericolose: per le vicende personali e per la storia dei popoli.

Sono frangenti in cui può accadere di tutto.

La mente diventa il terreno delle idee fisse, delle manie e delle ossessioni.

I popoli si lasciano guidare dagli istinti, dall’orgoglio, dalla hybris di onnipotenza.

Gli altri diventano birilli, ostacoli da scavalcare, impedimenti da spazzare via in ogni modo, con ogni mezzo.

Eppure basterebbe poco per sfuggire a questo ‘cupio dissolvi’.

Basterebbe recuperare i pochi valori fondamentali che sono alla base del nostro stare al mondo.

Cercare di vivere tutti nel migliore modo possibile’.

Basterebbe che ci uniformassimo a questo semplice principio.

Ci vuole tanto?

RIPRENDERE

Si tratta, ad un certo punto, di ricominciare, di ripartire.

E, prima ancora, di riprendersi.

Ci provo ma non ci riesco.

Non perché ci sia qualcosa di grave e pesante che si oppone: sono, semplicemente, svuotato.

E’ come se la persona cara che se n’è andata, senza volerlo, si fosse portata via una buona parte della mia interiorità, della mia mente.

Al punto che, adesso, non riesco più ad elaborare pensieri muniti di senso né, tanto meno, a descriverli.

Per scrivere qualcosa devo farmi forza, quasi violenza e così la spontaneità svanisce e tutto mi sembra macchinoso e artefatto.

Come uscirne?

Aspettando, credo.

Ma fino a quando?

Non avrei mai pensato che mi succedesse.

Immaginavo, invece, di avere tanto da raccontare, da riflettere e poi da esternare.

Invece niente.

Il vuoto più spinto e solido.

Il che significa, almeno per me, che la dipartita della persona cara non è solo la perdita di ‘qualcosa di esterno’ ma si connota come una diminuzione dell’interiorità.

Spero sia temporanea visto che provoca un profondo disagio che sconfina nella sofferenza.

Vorrei reagire ma non ne ho le forze.

Più che le forze mi mancano i contenuti.

Fare sì, ma che cosa?

Quali concetti sviluppare se la mente è vuota, quali sentimenti coltivare se il cuore è arido, secco, privo di umori?

Non ti accorgi dell’importanza delle persone finché ce l’hai accanto, finché la puoi toccare o contattare facilmente.

L’abitudine e la consuetudine dei rapporti fanno il resto.

Le persone familiari diventano un po’ come il mobilio di casa, ‘qualcosa’ di assolutamente normale, talmente normale da diventare trascurabile.

Ti accorgi della sua importanza solo quando, magari dopo decenni, viene rimosso, quando quella persona che completava il tuo mondo non c’è più.

Allora sopravvengono i rimpianti e i ricordi che, spesso, anziché riempire il vuoto creatosi, lo allargano e approfondiscono.

Bisogna farsene una ragione’, si dice.

Certo!

Di tutto bisogna farsene una ragione: anche delle catastrofi e delle guerre.

Forse è più facile guarire da una ferita materiale, dalla perdita o dalla rovina di un oggetto, per quanto importante esso sia.

Con le persone è diverso, soprattutto se c’è di mezzo una convivenza pluridecennale.

La scomparsa porta via interi capitoli della storia personale, è in realtà uno strappo che asporta radici, che mutila le membra dell’anima fino a farle sanguinare.

Metto punto.

Mi rendo conto che il lettore ‘estraneo’ potrebbe averne abbastanza di questa mia estrinsecazione e non capire tanta insistenza.

Le situazioni si comprendono solo se c’è sintonia, similitudine di circostanze, pari intensità emotiva.

Altrimenti la loro descrizione annoia o, peggio, infastidisce.

Auguro a tutti di non provare quanto io ho cercato di descrivere e di trapassare, ultra vecchi, sereni e appagati.

SONO AFFASCINATO …

Tutto ciò che riguarda l’Universo, la sua storia, la sua formazione, le caratteristiche, il suo futuro mi attira irresistibilmente. Mi interessano le diverse teorie, le ipotesi e le discussioni.

Leggo con avidità gli articoli e i saggi che approfondiscono la conoscenza del nostro pianeta, la Terra: mi incuriosiscono le ipotesi sulla sua generazione, le illustrazioni della sua evoluzione, le congetture sulla sua fine.

Guardo con molto attenzione i documentari che illustrano la vita degli animali e seguo con interesse tutto ciò che riguarda la Natura.

Apprezzo l’arte e godo di tutte le sue realizzazioni con particolare predilezione verso la pittura e la poesia.

La musica poi riesce a farmi dimenticare persino le peggiori brutture del quotidiano.

Amo, naturalmente le questioni filosofiche che cerco di approfondire e di capire in ogni loro aspetto.

La Natura ha prodotto realtà sbalorditive, nello studio delle quali è bello immergersi fino all’esaurimento.

E gli umani, per certi aspetti, non sono stati da meno.

Ma poi …

Vengo tirato a forza dentro la quotidianità da una serie di situazioni e di eventi che definire deprimenti è del tutto fuorviante.

Potrei cominciare dalle miserie della politica italiana per passare poi alle guerre: le tante guerre che insanguinano il pianeta, che mietono migliaia di vite e che rischiano di mettere in pericolo l’intera umanità.

E continuare con le intemerate sui cambiamenti climatici e con le paure legate al movimento dei popoli.

Per sintetizzare dovrei soffermarmi sulla follia della mia specie che, anziché preoccuparsi di vivere al meglio nella minuscola porzione dell’Universo in cui si trova, fa di tutto per starci male, per sgorbiare ogni cosa.

Eppure sarebbe così semplice: basterebbe farsi guidare da alcune idee forti di fondo (poche) e tutto sarebbe più agevole. Il pianeta diventerebbe più vivibile per tutti.

Non sono ‘ireneo’ per partito preso né ho gli occhi o il cervello foderati di prosciutto.

Le difficoltà e i contrasti sono insopprimibili, appartengono al nostro DNA.

Ma credo che, se non vivessimo con la testa immersa solo nel presente, nell’hic et nunc, e fossimo capaci di considerare la nostra storia, la natura dell’Universo, il senso della nostra presenza sulla Terra, io penso che riusciremmo ad essere diversi, anche più solidali.

Per non parlare di Dio: tutti i capi di governo che scatenano guerre seminando a piene mani odio e morte, che coltivano solo il proprio ‘particulare’, tutti dicono di credere in Dio.

Come fanno?

Vi rendete conto?

Solo la follia può spiegare i loro comportamenti.

Credono in Dio, nel tribunale supremo che li attende dopo la morte che deciderà la loro sorte per l’eternità e scatenano guerre, ammucchiano uno sull’altro centinaia di migliaia di morti.

Com’è possibile?

Si tratta di un arcano più incomprensibile e insondabile di qualunque altro mistero.

Per tornare al titolo: sono affascinato sì, ma anche sconcertato.

A questo punto non so nemmeno se siano più impenetrabili i misteri dell’Universo o i meandri della mente umana.

MARTA e MARIA

Un anno o poco più è durata la malattia della mia moglie-amica che poi se n’è andata all’inizio di gennaio.

Naturalmente, quando si perde una persona cara, poi restano i pensieri, le riflessioni, le considerazioni su ciò che è stato e su come si è svolto.

E’ da questo ‘dopo’ che nascono i rimpianti e i sensi di colpa, non tanto dall’evento in sé.

Per me è stato un anno di grande impegno e fatica: per tutta una serie di incombenze pratiche che non sto qui ad elencare.

Le mie giornate erano piene di cose da fare, da mattina a sera inoltrata, senza intervalli degni di nota.

Mia moglie era alle prese con il suo malanno, di cui ha conosciuto la natura fin dall’inizio: l’ha affrontato con lucidità e stoica accettazione.

Senza dare fastidio a nessuno: lei non credente, si è aiutata anche con la preghiera.

Qualcuno può giudicare i comportamenti di una persona mentre percorre l’ormai brevissimo intervallo che lo separa dalla morte?

Soprattutto se il suo modo di fare non dà fastidio a nessuno e si concretizza in pratiche innocue di auto conforto.

 

Negli ultimi mesi mi chiedeva spesso di fermarmi accanto a lei: per parlarle un po’ o anche solo per pura, semplice e silenziosa compagnia.

Talvolta lo facevo, la assecondavo ma sempre di fretta, sempre incalzato dall’urgenza delle cose da fare. Che erano tante, impegnative e, certo, ricadevano tutte su di me.

Dopo, adesso, che l’evento si è ormai compiuto, ritorno a quei momenti e, naturalmente, mi pento di essere stato tanto frettoloso, di non averle dedicato più attenzioni, tutto il tempo di cui lei aveva bisogno.

Il fatto è che si dovevano combinare due situazioni completamente diverse: da una parte la consapevolezza di essere ormai in procinto di lasciare tutto e tutti, dall’altra l’urgenza del quotidiano, dell’immediato presente.

Lei mi interpellava già presa dall’afflato dell’eterno, io interagivo con la frenesia dell’ordinario.

Questo ‘conflitto’ mi ha riportato alla mente l’episodio evangelico di Marta e Maria.

Queste erano due sorelle: vedendo passare Gesù, Marta l’ha invitato in casa loro.

Gesù si accomodò e riprese a parlare: Maria si sedette ai suoi piedi mentre Marta continuò a sbrigare le faccende di casa.

Anzi quest’ultima, vedendo la sorella sfaccendata intenta ad ascoltare, si rivolse direttamente a lui pregandolo di spingerla a darle una mano.

Ma Gesù le rispose: ‘Marta, Marta , tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta’.

Ecco, io ho ripetuto Marta. Ho dato più importanza alle faccende domestiche e ho compresso il rapporto con lei.

Lei voleva confermare e rinsaldare il rapporto, aveva bisogno di sentirmi ancora più vicino, avrebbe voluto affrontare insieme a me, per mano, il passo estremo che le si stava aprendo sotto i piedi.

Io ero tutto preso dal presente, da faccende di nessun conto rispetto alla sua condizione esistenziale.

Tanto materiale per i rimpianti, per i rimorsi, per i sensi di colpa.

Tutto questo per dire che a volte trascuriamo ciò che è veramente importante, ciò che è decisivo e profondo nei rapporti umani per fare altro, per occuparci di nugellae, per perderci in mille rivoli inconcludenti.

Io credo che ci succeda spesso, solo che il più delle volte non ci facciamo caso oppure veniamo sommersi dalle ondate del tran tran quotidiano che tutto trasporta, tutto svilisce e seppellisce nei meandri della coscienza.

Qualche volta tuttavia, soprattutto in presenza di eventi capitali, ci succede di ritornare su quanto fatto e detto e allora scopriamo la nostra superficialità, la leggerezza non-kunderiana che trasvola su tutto, tutto annulla senza lasciare traccia.

In questi casi soffriamo e ci rammarichiamo e scontiamo tutta intera la nostra insipienza e l’impotenza.

Non abbiamo altra scelta che di aspettare e lasciare che il tempo faccia il suo corso e il suo mestiere.

( Ma perché non si riesce mai ad averlo prima ‘il senno di poi?’ )

RICOMINCIARE … (!?)

Per più di un anno mi sono dovuto occupare della malattia di una persona a me carissima che, purtroppo, si è conclusa con la morte.

Ancora non mi capacito della perdita, ancora il mio animo è scosso dall’evento e ancora la mia mente fatica a concentrarsi su qualcosa di diverso.

La morte è una vicenda della vita, si sa, è l’accadimento più certo e ineluttabile.

Eppure, nonostante questo, è l’evento che più sconvolge e tramortisce,

O forse proprio per questo.

Se ciò è vero si potrebbe pensare che l’umanità è impegnata con tutte le sue energie a scongiurare la morte, non a impedirla, visto che è impossibile, ma a renderla più ‘naturale’ e meno traumatica possibile.

E invece … è sotto gli occhi di tutti. Dispensare morte sembra lo sport preferito dell’umanità.

Troncare esistenze, non quelle di persone anziane o gravemente malate, ma di giovani, di ragazzi, di persone che della vita non hanno ancora assaporato a pieno il midollo.

Follia della guerra a parte, la morte, pur essendo un evento naturale, resta pur sempre qualcosa di capitale e decisivo, qualcosa che coinvolge tutte le dimensioni della persona, dalla razionalità all’emotività.

Preso fin nell’intimo dalle occorrenze personali, nell’anno appena trascorso non mi sono interessato più di tanto a ciò che mi accadeva intorno: nel mio Paese e fuori. Soltanto adesso comincio ad aprire occhi e orecchi.

Da quanto sento dovrei dire che, in fondo, non mi sono perso niente di importante.

Niente di bello o appassionante in ogni caso, tale da dover essere amaramente rimpianto.

No, mi pare che è tutto come prima: anzi ad essere pignoli e, comunque, realistici, è tutto un po’ peggio, un po’ più degradato, un po’ più avanti nella china scivolosa verso una distruzione più ampia e generalizzata.

Mi pare che più di prima aleggi, nei discorsi dei politici, nei resoconti giornalistici, anche nella chiacchiera di molta gente comune, una gran voglia di menar le mani, di pareggiare i torti – veri o presunti -, di mettere in riga, di fargliela pagare, di imporre ‘diritti’, di pretendere rispetto per non meglio precisati doveri.

Cupio dissolvi’ riemerge prepotentemente dalle nebbie della Storia a reclamare le sue vittime sacrificali.

Non capisco perché l’umanità, periodicamente, cada vittima di queste malie.

Sembra quasi un meccanismo biologico di auto regolamentazione.

Che sfama, con milioni di morti, quella che secondo Freud è una irrefrenabile pulsione.

E ritorniamo alla morte, quella di massa, quella che con la quantità soffoca la qualità, quella che mostra, inequivocabilmente, la follia di una specie che si auto definisce razionale.

La morte di massa da evento sconvolgente diventa numero, serie, diventa qualcosa di ordinario e ripetitivo, come le folle dei supermercati.

D’altro canto, la morte della persona amata resta comunque una tragedia ineffabile.

Non si può dire, perché è inconcepibile, inaccettabile, per dirla tutta: a conti fatti risulta insopportabile.

Più che credere nella dimensione ultraterrena, in un altro tipo di esistenza dopo quella terrena, bisognerebbe averne la certezza.

Solo allora svanirebbero i sensi di colpa e il tempo che resta al sopravvissuto si trasformerebbe in una dolce attesa.

Ma così … la morte rimane un salto nel buio che solo la fantasia può e riesce a colmare.

Vivere – per – la – morte’, pontifica Heidegger. (Ne tratterò prossimamente).

E’ stato frainteso, dai governanti soprattutto: che spingono quotidianamente i loro sottoposti a ‘vivere la morte’.

Per ideali ‘altissimi’, naturalmente. Gli stessi per i quali loro, i governanti, preservano con cura le proprie esistenze.

A mio modesto parere: bisognerebbe vivere a pieno per la vita accettando la morte quando sopravviene per cause naturali.

Non è facile, lo so ma ci si potrebbe aiutare con l’arte, la musica, la poesia, la filosofia…

La stessa credenza in una esistenza spirituale dopo la morte, in fondo, aiuta a vivere meglio, più serenamente.

Aiuta soprattutto chi resta a non sprofondare nell’abisso della morte.

PROVA

Ho ricominciato a scrivere qualcosa dopo tanto tempo.

Confesso che non mi ricordo più bene i vari passaggi per pubblicare .

Questo è un tentativo: nel senso che con questo testo provo a ricordarmeli.

Scusatemi e a … presto?