D’ALEMA and BERTINOTTI

Ho letto una lunga intervista a D’Alema.

Descrive il suo casale in Umbria, le sue coltivazioni, il suo vino.

Parla dei suoi viaggi, dei suoi incontri, dei suoi rapporti con i grandi della Terra che ha conosciuto, dei frati di Assisi …

Si mostra attento osservatore degli eventi internazionali, conoscitore dei drammi contemporanei …

Ma … e il comunismo? L’uguaglianza tra tutti gli esseri umani? La cancellazione dei privilegi?

Niente di niente.

Gode tranquillo delle sue rendite, che devono essere notevoli, pensa con grande garbo e signorilità agli affari suoi.

E … il sole dell’avvenire?

Può attendere: occasioni e interpreti migliori.

Intanto chi ha, si gode il suo, gli altri si devono arrangiare.

Il fatto è che tutto quello che ha, l’ha accumulato e costruito sulla retorica del comunismo, sulla vulgata della necessità di garantire a tutti un livello esistenziale almeno sufficiente, sulla profluvie di parole celebranti l’uguaglianza, sulla necessità di abbattere le disuguaglianze e distruggere i privilegi.

Così va il mondo.

Intanto lui fa il il signore in villa, il ricco borghese celebrato e omaggiato dai potenti, mentre chi ha prestato ascolto ai suoi discorsi sgomita e si affanna per non andare a fondo, per riuscire almeno a respirare.

Lunga vita ai D’Alema benpensanti pro domo sua e al diavolo i babbei creduloni (quorum ego).

Lo stesso dicasi di Bertinotti.

Con l’aggravante, per quest’ultimo, di continuare a cianciare di uguaglianza e di lotte operaie

Almeno D’Alema è più onesto: si è costruito una splendida vita di benessere blaterando su operai e diseredati e adesso se la gode, in barba si creduloni rimasti con le pezze al culo.

Bertinotti no: si è costruito allo stesso modo la sua ricchezza, anzi, con una retorica pauperistica anche più spinta, se la gode ma va ancora in giro per le televisioni a predicare il suo verbo ultra rivoluzionario.

Penoso e, insieme, anche miserevole.

Nessuno dei due pensa di restituire almeno in parte al popolo ciò che hanno avuto grazie al suo sostegno: ciò che hanno, lo danno per acquisito. Sicuramente lo attribuiscono tutto alle loro capacità e abilità.

E ritengono normale e giusto godersi il tutto con la propria famiglia ( non quella proletaria, ma quella del sangue).

Così fan tutti.

Comunque, in fondo, preferisco D’Alema perché, almeno, ha gettato la maschera.

L'(IN)CIVILTÀ dei LUPI MANNARI

La nostra civiltà, così come l’hanno strutturata gli anglosassoni, è una giungla in cui predominano le bestie feroci.

Poteva essere una prateria abitata da gentili hobbit, è invece una foresta paludosa percorsa da serpenti, insidiata da caimani.

Quando finalmente la Terra si libererà da questa specie esiziale, la nostra, un gran sospiro di sollievo si leverà da tutti gli altri viventi.

Un po’ quello che deve essere successo quando si estinsero i dinosauri.

Forse con maggiore empito e soddisfazione.

In ogni caso degli anglosassoni (sia nella versione inglese che in quella americana) non sopporto l’arroganza, la protervia, la subdola falsità.

Hanno inchiodato alle loro responsabilità storiche tutti i popoli della Terra: tedeschi, in primis e soprattutto.

Giustamente, si dirà.

Certo.

Quello che non va è la parte mancante. La loro.

Grazie al potere economico e allo strapotere dei mezzi di comunicazione, si sono auto assolti.

Anzi, hanno fatto di più.

Dal banco degli imputati, dove dovevano stare, si sono issati fino alle poltrone dei giudici, si sono assisi e non hanno più abbandonato la toga continuando ad emettere sentenze impietose contro tutto e contro tutti, riservando a sé stessi la licenza di perpetrare i più orrendi misfatti.

Quanti milioni di persone hanno sterminato gli inglesi tra ‘800 e ‘900, quanti popoli hanno sfruttato e angariato e di quante e quali altrui ricchezze si sono impadroniti …

Stesso discorso si potrebbe fare per gli USA, dalla seconda metà del novecento ai giorni nostri.

Milioni di morti ammazzati, incalcolabili ricchezze depredate.

Qualcuno ne parla? Qualcuno ne ha scritto?

Sul banco degli imputati vengono messi sempre e solo gli altri.

Possono essere tedeschi, russi o cinesi: mai anglosassoni.

Certamente la Storia si incaricherà di fare giustizia, arriverà anche per loro il redde rationem: a noi tuttavia, per ora, tocca solo la protervia e il massimo dell’ingiustizia.

Che dire, in conclusione?

Non ci sono popoli barbari e assassini e popoli santi e innocenti: il popolo ebreo, in un certo senso, è l’epitome di tutto questo.

Dall’apparizione dell’essere umano sulla Terra, tutti i popoli che si sono succeduti nell’egemonia, per esercitarla, hanno fatto ricorso alla violenza e allo sterminio.

Egiziani, Assiri, Babilonesi, Ittiti, Persiani, Romani, Mongoli, Arabi, Turchi … tutti, senza eccezione, hanno costruito il loro dominio sopra montagne di morti ammazzati.

Lo stesso discorso si può applicare ai poli meno blasonati, tipo Aztechi, Incas, Maya; alle tribù africane, australiane, indiane …

Dovunque il guardo io giro’ vedo solo una violenza inaudita, montagne di innocenti morti ammazzati.

Il fatto singolare è che non sono sempre gli stessi a sterminare, c’è alternanza, il massacrato di oggi diventa il massacratore di domani.

Fatto che, appunto, induce a pensare che non si tratti di episodi contingenti legati a particolari situazioni ma a caratteristiche ‘genetiche’ della specie.

Gli esseri umani, dunque, sono lupi e agnelli. Sempre e alternativamente.

Più frequentemente i primi, piuttosto che i secondi.

Nemmeno le religioni sono riuscite a creare un argine insormontabile contro la natura ferale degli uomini: anzi, spesso se ne sono lasciate contagiare diventando a loro volta strumenti di morte.

Che cosa si dovrebbe, si potrebbe fare?

Guardarsi apertamente in faccia, senza sotterfugi e prendere atto.

Riconoscere la nostra natura aggressiva e cercare di governarla, di indirizzarla.

Ci vorrebbe un sincero esame di coscienza dell’intera umanità: che nessuno ha mai fatto, che nessuno farà mai.

Forse lo farà l’ultimo essere umano che abiterà la Terra.

Non servirà più a niente e a nessuno.

Se non, appunto, a quell’ultimo ‘naufrago’ per mettersi in pace la coscienza.

Ripetendo ancora una volta l’operazione più inflazionata della sua specie.

(Pessimismo? Non so. Io lo chiamo realismo.)

DESTINO

Mors et vita duello conflixere mirando …

Il destino non è un’entità o una divinità come pensavano gli antichi, né ci sono da qualche parte Parche che filano.

È, semplicemente, una parola: che esprime un dato di fatto.

Tutti gli esseri viventi, appunto perché tali, iniziano ad un certo punto un percorso che poi continua seguendo determinate traiettorie e che, ancora ad un certo punto, necessariamente finisce.

Deve finire: per tutti.

Non è questione di destino o fato: è una legge di natura secondo cui tutto ciò che comincia deve poi finire.

Si può cominciare oppure no: in tale evenienza non c’è alcuna necessità, solo casualità. Ma si deve finire, una volta iniziato il percorso. Su questo l’obbligo è inderogabile.

Non è molto poetico né consolatorio ma è così.

Si tratta di prenderne atto e di accettarlo. (*)

Anche perché, se non lo facciamo, le cose seguiranno ugualmente il loro corso.

Indipendentemente dai nostri intendimenti e dalle nostre fantasie.

Dopo?

Dopo, probabilmente e conseguentemente, ci sarà quello che c’era prima: il nulla dell’esistente, della persona e un pugnetto di materia residuale.

Più o meno grande a seconda della precedente corporeità del trapassato.

E l’aldilà?

È un pensiero che aiuta a vivere, e … nothing more.

La fede?

La fede è solo una forma di temerarietà, confortante e forse necessaria.

Che, purtroppo, non incide molto nella vita quotidiana delle persone.

Come mai i credenti si comportano come se l’aldilà non esistesse, rimane per me un mistero.

Probabilmente è una caratteristica di una specie intimamente malvagia come la nostra.

Follia per follia, nulla mi impedisce, non di credere, ma di sperare che, di là, dopo la morte ci sia qualcosa.

È un’idea consolatoria senza alcun fondamento ma tutti gli esseri umani ne coltivano qualcuna.

Aiuta a vivere.

Perché non la posso abbracciare anch’io?

Sperare, dunque, senza credere.

Credere vuol dire auto convincersi di qualcosa.

Che bisogno c’è di credere quando si può sperare, anche senza credere.

Semplicemente.

Follemente.

D’altra parte non è meno sconsiderato credere, auto convincersi dell’esistenza di qualcosa di cui non si ha alcuna prova e non si conosce alcun elemento.

Tanto vale fare un bel salto nel vuoto, senza pretendere punti di appoggio che non si possono dare, che non esistono, che nessuno può garantire.

Ecco: la speranza è per una minoranza disincantata, di psiche resistente, non bisognosa di puntelli consolatori.

La fede è per la maggioranza: cementata dalle liturgie e forte del numero vive di certezze auto referenziali.

Fede e/o speranza in ogni caso aiutano a vivere: dovrebbero aiutare a vivere.

Nel senso che, se io credo nell’esistenza di un al di là, è chiaro che devo fare di tutto per meritarlo, per conquistarlo.

Lo stesso dicasi per la speranza.

Fede e speranza, al livello più basso, si dovrebbero almeno tradurre nella scommessa di Pascal.

Non sono sicuro che esista qualcosa, dopo, ma questo qualcosa, anche se non è certo, non posso rischiare di perderlo, quindi … devo vivere come se ci fosse.

Devo constatare che la fede di chi si professa credente non raggiunge nemmeno questo infimo livello.

Le persone frequentano i templi, pregano, si prostrano, poi escono e si ammazzano, scatenano guerre che provocano caterve di morti e immani distruzioni.

Com’è possibile?

Questo non l’ho mai capito e non lo capisco.

Credo sia l’espressione più alta della follia della nostra specie.

Tu credi che dopo la morte ci sarà un Dio che ti giudicherà e ammucchi uno sull’altro migliaia di morti ammazzati …

Se non è follia questa …

Tutto questo mi fa pensare che forse il paradiso non esiste.

Se qualcosa esiste è sicuramente l’inferno.

L’unico posto adeguato per la nostra specie.

(*)
Siamo sempre e solo concentrati sul ‘dopo’, e il ‘prima’?

Che cosa eravamo prima di nascere?

Dove eravamo?

Eravamo?

Se abbiamo avuto una qualche forma di esistenza, non ne abbiamo conservato alcuna consapevolezza.

Quindi, per noi, è come se non l’avessimo avuta.

E se non abbiamo conservato alcuna memoria del prima come facciamo ad attribuirci un’esistenza eterna per ‘dopo’?

In analogia al prima possiamo, al massimo, attribuirci un’esistenza diversa, totalmente ‘altra’, rispetto all’attuale.

E se così fosse, se cioè noi diventiamo ‘qualcosa’ che nulla ha da spartire – quanto a coscienza – con la nostra attuale esistenza, con la nostra persona, allora, per noi, è come se quell’eventuale altra post esistenza non ci fosse.

Un bel intrico.

Meglio non pensarci.

Ecco perché ci vuole la fede.

Solo con la fede si colma il gap.

Se non ce l’hai, resti semplicemente di qua, con la tua vita rigidamente inquadrata dai due cippi miliari: la nascita e la morte.

Il resto sono parole e idee, che possono aiutare a vivere ma che, com’è noto, non potranno mai donare l’essere a nessuno.

Nemmeno all’anima.

Ma siccome noi siamo esseri complicati ed esigenti e con la poesia e la musica produciamo anche tanta bellezza, nulla ci impedisce di sperare.

In fondo si tratta di una ‘follia’ positiva, che aiuta a vivere.

Un po’ come le illusioni di Ugo Foscolo.

Sempre meglio della follia omicida della guerra.

Credere … sperare …

Due espressioni tipicamente umane, come scrivere poesie o comporre musica.

Di fatto non ha nemmeno molto senso chiedersi se abbiano o no una consistenza ontologica.

Servono’ per vivere e tanto basta.

Mi piacerebbe che aiutassero le persone a vivere bene, a rispettarsi e ad aiutarsi.

Ma forse pretendo troppo: se così fosse non saremmo più esseri umani ma qualcos’altro che non siamo.

Che mai saremo?

… … …

SQUALLORE SERVILE

Cerimonia indegna, qualche giorno fa.


In Egitto, mi pare.

Trump, issato su una specie di palco, riceve l’omaggio di tutti i capi di stato.

Come un imperatore medievale.

Come un Carlo Magno da baraccone.

Come un Re Sole da strapazzo.

Tutti si sono prestati a questo atto servile d’altri tempi.

Meno male che mancavano la Russia, la Cina e i loro alleati.

Una cerimonia vergognosa a cui si è felicemente prestata la nostra garrula presidente del consiglio.

Che non manca di mostrare i muscoli e l’eloquio mussoliniano contro i suoi oppositori in patria.

Contro i senza-potere.

Che si stende a mo’ di scendiletto con i potenti che la degnano delle loro attenzioni.

Il mondo umano non è cambiato, non cambia mai.

Cambiano le forme: i vestiti, gli atteggiamenti, le modalità dell’omaggio.

La sostanza – la sottomissione e la deferenza servile – non cambia mai.

Sempre il potente chiede – pretende – l’omaggio, sempre i più deboli sono pronti – proni – ad accordarglielo.

La natura umana sembra immutabile non solo negli atti fondamentali legati all’alimentazione e al sesso ma anche nella sostanza degli atti rituali collegati al potere.

GAZA: crimine internazionale

Perché il mondo assiste, senza intervenire, allo sterminio dei palestinesi?

Perché gli ebrei sono statti vittima dell’Olocausto.

Che c’entrano i palestinesi con l’Olocausto?

Capirei se gli israeliani andassero ad ammazzare qualche migliaia di tedeschi.

Ma i palestinesi che cosa c’entrano?

Perché abitano la terra che era loro da secoli?

Il motivo: il rapimento e l’uccisione di quasi duemila ebrei.

Allora gli israeliani dovevano catturare e, magari, uccidere i responsabili.

Invece?

Hanno scelto la via più semplice, più a portata.

Distruggere un popolo ed ammazzare a man salva migliaia di innocenti.

Si può stare in silenzio, a causa del passato Olocausto?

Quello che stanno facendo i Paesi europei.

Per non parlare degli USA che, addirittura, supportano militarmente Israele.

Per quanto mi riguarda credo che non si possa stare a guardare.

Bisognerebbe che tutti, individui e società, gridassero la loro condanna.

Bisognerebbe che gli Stati intervenissero militarmente per porre fine alla carneficina.

Se non ora, quando? (*)

E non mi sento minimamente toccato dal ‘ricatto antisemita’.

Non sono assolutamente anti qualcosa o qualcuno: per partito preso.

Lo divento in base agli eventi.

Se sono gli ebrei ad essere perseguitati, sono al loro fianco.

Ma se gli ebrei si trasformano in carnefici, allora sono a fianco delle loro vittime, sono contro di loro.

Chi è stato vittima non può trasformarsi in persecutore: oltre tutto non dei suoi ex persecutori ma di altri esseri umani innocenti.

Anna Treves, in una lettera al direttore del Foglio, scrive tra l’altro: ‘ … ricordando sempre che è Hamas il responsabile di questi eccidi (quelli commessi dagli israeliani contro i palestinesi) e di una condotta che ha imparato da Hitler e ha superato il maestro’.

Mi permetto di non essere d’accordo con la signora Treves né con gli entusiasti commentatori de Il Foglio.

Ognuno è responsabile delle sue azioni: Hamas per l’eccidio degli ebrei, Israele per lo sterminio dei palestinesi.

Nella storia non è possibile nessun scaricabarile.

Altrimenti dovremmo dar ragione al fedmaresciallo Kappler quando ritenne i partigiani responsabili dell’eccidio delle forze ardeatine.

Riteniamo aberrante e mostruosa la decisione tedesca di uccidere 10 italiani per ogni soldato saltato in aria a Via Rasella (più 5, visto che c’erano) ma che cosa dovremmo dire dei 50 e più mila palestinesi uccisi a fronte dei poco meno di duemila israeliani assassinati?

Senza contare che i tedeschi hanno ammazzato tutti adulti mentre tra i morti palestinesi si contano migliaia di donne e bambini.

O gli ebrei sono persone mentre i palestinesi non lo sono?

Nella Storia non esistono pesi e misure diverse: gli esseri umani sono tutti esseri umani, senza alcuna differenza.

Lo sterminio continuato e gratuito condotto dall’esercito israeliano contro i civili palestinesi inermi è un crimine contro l’umanità e contro il loro stesso dio.

Ignominiosa è la scelta del resto del mondo di restare a guardare.

(*)

E’ un’espressione che dà il titolo ad un romanzo di Primo Levi.

Che l’aveva tratta da ‘Le massime dei padri’, una raccolta compresa nel Talmud.

E’ interessante il fatto che l’espressione, di derivazione ebraica, venga oggi da molti invocata contro le atrocità commesse dall’esercito di Israele.

ISRAELE: contro e a favore

6 milioni di morti.

Ne vuol fare altrettanti in Palestina?

Sarebbe una vendetta traslata.

In realtà, per realizzare la sua vendetta, dovrebbe ammazzare 6 milioni di tedeschi.

Non potrebbe mai, almeno per ora.

Allora che fa?

Va ad eliminare migliaia di palestinesi indifesi.

Questo perché non riesce a catturare i rapitori dei suoi cittadini

A liberare i sequestrati.

E’ come se uno, non potendo acchiappare i ladri che gli hanno svaligiato la casa, ne approfittasse dell’assenza del vicino per rapinargli la cassaforte.

Il mondo civile che fa?

Si volta da un’altra parte.

Gonfia l’affare Ucraina, per nascondere la propria colpevole inerzia.

Capisco il senso di colpa, ma non dovrebbe essere cieco.

Cosa c’entrano i palestinesi con i 6 milioni di morti?

Assolutamente nulla.

Cosa c’entrano, come popolo, con i 1600 morti ammazzati del 7 ottobre?

Nulla.

A meno che non si voglia incolpare un intero popolo per le malefatte di alcuni suoi membri.

La colpa dei crimini è individuale: è una conquista del diritto moderno.

Israele doveva catturare e processare gli autori della strage, non infierire su donne e bambini innocenti.

Dopo i 60 mila morti, dopo le migliaia di bambini uccisi, adesso Israele vuole espellere un intero popolo dalla sua terra.

E il mondo sta a guardare,

Tutti lasciano fare e nessuno interviene.

A costo di essere additato da Israele come antisemita, voglio palesare tutta la mia contrarietà. (*)

L’uccisione degli ebrei nell’attentato del 7 ottobre è stato un crimine.

Un crimine contro l’umanità è la mattanza condotta da Israele contro i Palestinesi.

Tanto più perché perpetrato a sangue freddo, contro donne e bambini indifesi.

I massacri indiscriminati non sono permessi a nessuno, nemmeno a chi è stato vittima della Shoah.

Il mondo civile, invece di stare a guardare, dovrebbe intervenire con forza per mettere fine alla mattanza.

Se non lo fa è complice.

(*)

Le accuse di ‘anti’ qualcosa o qualcuno non mi toccano.

Non sono mai stato anti, se mai ‘pro’.

Mi sento solidale con tutti quegli esseri umani che sono deboli, sfruttati, angariati, uccisi, costretti alle sofferenze e alla fame dall’ingordigia e dalla prepotenza di altri esseri umani.

Ecco, sì: sono contro gli sfruttatori, gli assassini, gli sterminatori, contro tutti quelli che succhiano il sangue dei loro simili, contro i prepotenti.

Contro tutti coloro che che ammazzano a raffica donne e bambini innocenti.

L’umanità non arriva mai in tempo con gli appuntamenti della Storia: bisognava urlare ‘siamo tutti ebrei’. Allora.

Bisognerebbe gridare ‘siamo tutti palestinesi’. Oggi.

Silenzio allora e oggi.

Salvo battersi il petto e versare lacrime dopo, a massacro completato.

Il ROMANZO DELL’UMANITÀ

Titolo pretenzioso.

Come si può scrivere il romanzo di una specie che ha prodotto milioni, se non miliardi, di opere ‘creative’ di ogni tipo e dimensione?

A parte i testi scritti, ci sono poi le innumerevoli manifestazioni artistiche che hanno espresso nel tempo il ‘sentire’ dell’umanità.

E le realizzazioni civili? Le città, le strade, i mezzi di trasporto …

La conquista dello spazio, i progressi delle scienze, le imprese sportive …

Per onestà si dovrebbero aggiungere i ‘traguardi’ negativi relativi alle guerre, alle conquiste, ai massacri …

Sintetizzare tutto ciò che l’umanità ha fatto, ciò che è stata, diciamolo, è impossibile.

Si può, forse, rendere con poche parole il senso della sua presenza sulla Terra, tradurre tutta la sua storia in un messaggio da racchiudere in una bottiglia da affidare all’oceano perché lo conservi e lo recapiti alla specie intelligente che verrà dopo di noi.

Poche frasi, quindi, non tanto per condensare tutta la nostra storia passata e nemmeno per anticipare un futuro che nessuno conosce, ammesso ci sia: solo per far capire chi siamo, oggi.

Pare che come specie siamo originari dell’Africa: da lì ci siamo dispersi per tutte le terre emerse, eliminando drasticamente i possibili competitori (Neanderthal, tanto per non fare nomi).

Preistoria, protostoria e storia: mostrano cambiamenti radicali e anche qualche costante. Per lo più inquietante).

Siamo passati dalle caverne alle capanne e da queste alle case e ai palazzi.

Obbedendo al ‘crescete e moltiplicatevi’ siamo evoluti da qualche migliaio di individui agli attuali otto miliardi: e pare che la crescita non abbia ancora raggiunto il suo apice.

Non c’è parte del pianeta che non sia stato raggiunto e ‘colonizzato’ dalla nostra specie.

Non c’è parte del pianeta che non sia stata sfruttata oltre ogni limite.

Ricorderò una sola costante, la più evidente e incontrovertibile: come specie siamo dominati dagli istinti, in particolare da quelli distruttivi che alimentano incessantemente la violenza sia contro individui di altre specie sia, ancor di più, contro i conspecifici.

Abbiamo prodotto anche realizzazioni artistiche sublimi ma, contemporaneamente, non abbiamo mai smesso di ammazzare e ammazzarci.

Non riusciamo a smettere nemmeno nell’epoca contemporanea, quando i marcati cambiamenti climatici dovrebbero indurci alla collaborazione .

Inondazioni catastrofiche, tsunami e riscaldamento globale ci stanno dicendo che il pianeta ne ha abbastanza della nostra dissennata presenza: che dovremmo correre ai ripari cambiando radicalmente il nostro approccio, il nostro modo di stare sulla Terra.

Noi lo vediamo, ne parliamo molto, televisioni e media in genere non si occupano d’altro per lunghi periodi.

Ma poi, che cosa facciamo?

In quella direzione, quasi niente.

Ciascun popolo è impegnato a sfruttare ogni anfratto del pianeta per acquisire sempre più potenza, per primeggiare e imporsi sugli altri.

Per raggiungere questo scopo siamo anzi disposti ad impegnarci in guerre distruttive.

E mentre impieghiamo immani risorse nel costruire sempre più sofisticati strumenti di guerra, intere popolazioni soffrono la fame, sono vittime di malattie endemiche, si accapigliano per sopravvivere.

Mi fermo qui: l’istantanea rende l’idea, la cartolina sul nostro oggi è completa.

Si potrebbe dire che è in corso una gara mortale: riuscirà a distruggerci prima il Pianeta (esplosioni vulcaniche, terremoti, tsunami …) o ce la faremo prima noi ad annientarci ricorrendo ai micidiali ordigni di cui disponiamo?

Quello che più mi sconcerta e preoccupa è l’incapacità della nostra specie di cambiare atteggiamenti: conosciamo i nostri comportamenti pericolosi, ma non li correggiamo. Contempliamo l’abisso che si sta scavando sotto i nostri piedi ma non riusciamo a fare niente per evitarlo.

Le élite sono accecate dal potere: i popoli invece?

In realtà ci sono delle voci che parlano il linguaggio della ragione e della salvezza ma non incidono sulle decisioni dei governanti e non riescono a scuotere le masse accecate e stordite dal potere.

Così si va avanti un po’ nell’incoscienza un po’ confidando nella buona stella.

Facendo finta di non sapere che prima o poi anche le buone stelle si spengono e che l’incoscienza non ha mai salvato nessuno, singolo o popolo che sia.

P.S.

Il Papa ha appena concluso il giubileo dei ragazzi a Tor Vergata: presenti un milione di giovani. Milioni di persone hanno seguito l’evento attraverso la televisione. Parole di pace, contro la violenza e a favore della fratellanza e della collaborazione universale. Tutto questo quanto inciderà sulle decisioni dei politici? Perché non dà vita ad un movimento potente capace di far finire le guerre, in grado di costruire una vera cooperazione tra i popoli? Perché tutto nasce e finisce a Tor Vergata?

Per me rimane un mistero che non so chiarire.

SOLE vivo

Sembra imminente una tempesta solare di notevoli proporzioni.

Tipo quella che si è verificata attorno alla metà dell’800.

Le conseguenze allora furono notevoli ma non drammatiche.

Oggi, invece, sarebbero catastrofiche.

Tutti i satelliti sarebbero accecati, tanto per cominciare.

Gli strumenti informatici diventerebbero inutilizzabili: non si potrebbe più contare su un’energia elettrica continua e uniforme.

Inutile dire che tutti i sistemi di pagamento, di transazioni monetarie, tutti i flussi di danaro diventerebbero irrealizzabili.

And so on.

La cosa potrebbe durare giorni, settimane o mesi.

Il nostro mondo andrebbe in tilt, rischierebbe il collasso.

Che dire?

L’età della pietra non è più solo nel lontano, mitologico passato ma si materializzerebbe dietro l’angolo.

Le conseguenze sui viventi sarebbero drammatiche.

Fine delle cure mediche ospedaliere così come le conosciamo e grandi difficoltà negli approvvigionamenti alimentari.

In breve tempo ci sarebbe una drastica riduzione della popolazione umana, soprattutto nelle aree più sviluppate del pianeta.

Ce ne andremo tutti ad intasare l’aldilà.

Il fatto è che il Sole, come anche la Terra e tutti i corpi celesti, è un organismo vivente, soggetto a mutazioni ed evoluzioni.

Tanto è vero che ha avuto un inizio e avrà una fine.

Noi siamo abituati a considerarlo un faro sempre acceso, uniforme, eterno e indistruttibile.

A confronto con la volubilità umana è un po’ così ma, considerato per sé stesso, in assoluto, è tutt’altra cosa.

È un organismo soggetto ad evoluzioni e cambiamenti.

Dettati dalla sua natura e costituzione, non dai nostri bisogni.

La nostra convinzione è ancora di tipo pre copernicano: pensiamo al Sole in funzione nostra.

Il Sole va per conto suo: noi possiamo solo sfruttarlo e sperare di essere fortunati.

In realtà ci comportiamo come se il Sole fosse eterno, immodificabile e sempre al nostro servizio.

Alla luce di queste considerazioni, non sono le guerre un’espressione di autentica follia?

 

Dovremmo essere uniti e solidali per fare fronte a tutte le sfide: e invece …

L’ho scritto spesso: noi esseri umani siamo come degli agnellini che lottano tra loro sotto lo sguardo attento di un branco di leoni affamati.

Pensiamo il Sole come un elemento delle stelle fisse.

Non immaginiamo che i ritmi di cui godiamo sono una fortuna da apprezzare giorno dopo giorno.

Pensiamo che il Sole sia al nostro servizio e che tutto ci sia dovuto.

Il Sole è un organismo vivente che ha una sua vita, un’evoluzione propria: noi siamo dei parassiti che, a sua insaputa, ne sfruttiamo i favori e i benefici. (*)

Ma tutto potrebbe finire, anche improvvisamente.

Bernard de Morlay (de Cluny) avrebbe oggi molti più motivi per scrivere il suo De contemptu mundi.

Più che niente, siamo fragili, fragilissimi, in balia di eventi che non possiamo controllare, su cui non abbiamo alcuna possibilità o capacità di influire.

Niente e nessuno, nell’universo, è tenuto a chiedere il permesso a noi.

Forse per questa irrilevanza ‘cosmica’ ci facciamo guerra e ci ammazziamo ogni giorno a migliaia

Come si fa a non definire folle la nostra specie?

Se non fosse che nel nostro infinitamente piccolo siamo infinitamente malvagi al punto da infliggerci l’un l’altro ferite mortali, si potrebbe dire che siamo una specie ‘ridicola’.

Nel senso che presumiamo molto al di là di quelle che sono le nostre capacità, le nostre reali possibilità.

Riusciremo a recuperare un briciolo di saggezza prima della fine?

Per salvare noi stessi e procrastinare il tracollo.

(*)

Il Sole è stato spesso adorato dagli antichi come una divinità

Il faraone Akhenaton della diciottesima dinastia, che regnò nella prima metà del 1300 a.c., introdusse in Egitto il culto del Sole ed eliminò tutte le altre divinità. Si dichiarò egli stesso figlio del dio Sole. Il ‘pantheon’ tradizionale, tuttavia, venne re-introdotto dopo la sua morte.

Ladorazione del Sole come unico dio fu promossa anche nella Roma imperiale all’inizio del terzo secolo dopo Cristo dall’imperatore Eliogabalo: come tale non ebbe vita lunga e finì con la morte violenta dello stesso imperatore.

Nel quarto secolo dopo Cristo fu l’imperatore Giuliano ad introdurre il culto del ‘Sol invictus’: ormai il cristianesimo era troppo forte e la riforma non ebbe alcun seguito.

Il culto del Sole tuttavia non scomparve del tutto, sopravvisse e si rafforzò nel tempo.

Il cristianesimo ne assorbì delle suggestioni e alcune feste cristiane si sovrapposero alle celebrazioni del dio Sole.

(Valga per tutte l’esempio del Natale cristiano. Pare proprio che Gesù non sia nato il 25 dicembre ma in un altro giorno. Forse anche in un altro periodo. Il 25 dicembre era celebrato come il ‘Dies natalis solis invicti’. I cristiani sostituirono la divinità pagana con il fondatore del cristianesimo ed enfatizzarono la data e il nuovo evento).

NOLONTA’ del PAPA

Quando uno è morto, i vivi fanno di lui ciò che vogliono: anche ciò che va contro le espresse volontà del defunto.

Succede a tutti, è successo anche a papa Bergoglio che così si è trovato omologato alla gente comune con cui si è sempre sentito in sintonia.

Aveva chiesto di essere chiuso subito dentro la bara e di non essere esposto.

È stato esposto scoperchiato alla vista di tutti, per giorni, nonostante mostrasse nella faccia un vasto ematoma.

L’unica sua volontà che i cardinali e i gestori dell’intera faccenda hanno assecondato è quella della sepoltura: ha chiesto di essere messo a Santa Maria Maggiore e là l’hanno portato.

Secondo me l’hanno fatto soprattutto perché questo ha permesso di trasportarlo da San Pietro a Santa Maria Maggiore, di attraversare dunque tutta la città e di tenere ancora per ore l’attenzione di tutti sul Vaticano e sulla Chiesa cattolica.

In che mani sei finito, caro Bergoglio.

Lo sapevi, li conoscevi, hai fatto di tutto per scongiurare il tuo sfruttamento ma, nella morte, nemmeno tu hai potuto qualcosa.

Così i tuoi sodali ti hanno usato fino alla fine e oltre, per i loro interessi di bottega.

Vale, in ogni caso.

La Chiesa è sempre stata maestra nello sfruttare tutte le circostanze mondane per mettersi al centro dell’attenzione mondiale: poteva farsi sfuggire questa occasione?

E l’ha sfruttata fino in fondo.

Dov’è la spiritualità?

Dove la dimensione escatologica?

Sono dettagli.

Quello che conta è mostrare i muscoli, attirare l’attenzione universale, fare proseliti, épater le bourgeois …

Adesso viene la scelta del successore che dovrà avere qualità religiose e soprattutto ‘politiche’ per riuscire a governare la chiesa in questa nostra epoca senza punti di riferimento, orfana di tutte le ideologie e in preda a pericolose vertigini.

A parte i desiderata di Bergoglio che sono stati platealmente disattesi, le nuove guide, tuttavia, non potranno prescindere dalle sue preoccupazioni, dalla sua attenzione per le masse dei diseredati, dalla sua ansia per le contraddizioni in cui si dibatte l’umanità, per l’incapacità degli uomini di percepirsi solidali di fronte alle gravi sfide che il pianeta mette loro sotto i piedi.

Volenti o nolenti anche i ‘patres conscripti’ dovranno riprendere in mano l’agenda di Bergoglio, ritornare alla sensibilità verso il pianeta e i suoi abitatori che era di Francesco di Assisi: dovranno saper dire qualcosa di significativo e positivo alle persone che si trovano in difficoltà (e, visto il blackout di Spagna e Portogallo, potrebbe anche trattarsi di buona parte dell’umanità).

Perché, come dicevano gli antichi, Bergoglio o non Bergoglio ‘ducunt volentem fata, nolentem trahunt’.

Se al posto di ‘fata’ mettiamo ‘gli eventi’ il senso non cambia.

IPOCRISIE

Tutti scandalizzati per i morti ucraini, pronti anzi a scatenare una guerra mondiale.

Tutti indifferenti per le decine di migliaia di morti palestinesi e per le immani distruzioni provocate da Israele.

Ci sono esseri umani e esseri umani: alcuni sono semidei, altri sono polli.

Perché la Francia e l’Inghilterra così sensibili verso gli ucraini non muovono un dito in difesa dei palestinesi e li lasciano massacrare all’infinito?

Misteri dell’insensibilità e della ferocia proprie di noi umani.

Si sapeva che Israele si ispira alla dottrina ‘occhio per occhio, dente per dente’ ma qui abbiamo superato ogni limite.

Siamo passati da un atteggiamento che si poteva anche capire alla barbarie.

Ci meravigliamo delle distruzioni provocate dai Vandali, dagli Unni o dai Mongoli di Gengis Khan.

Israele li ha superati di gran lunga.

Quel che è più stupefacente è che gli altri popoli o approvano o stanno a guardare.

Pronti a fare la guerra per l’Ucraina, sordi e ciechi nei confronti dei Palestinesi.

Un commando palestinesenell’ottobre scorso, ha proditoriamente ammazzato almeno 1200 israeliani e fatto prigionieri altri 250.

Crimine orrendo ed esecrabile, figlio di una situazione incancrenita: comunque ingiustificabile e da condannare senza riserve.

Gli autori andavano perseguiti e puniti.

Da quell’episodio è invece scaturita una reazione spropositata ed indiscriminata tendente, non tanto e non solo a punire i colpevoli, ma a cancellare un intero popolo dalla faccia della Terra.

E’ accettabile?

E’ condivisibile?

Si può pensare che una qualche divinità, fosse pure il terribile Dio dell’Antico Testamento, possa approvare una simile carneficina?

La mia risposta, per quello che vale, è NO a tutti gli interrogativi.

Avrei capito una caccia serrata ai colpevoli, anche spietata: non questo massacro.

Gli Ebrei hanno subito, anche nel corso della storia recente, atrocità mostruose: hanno quindi acquisito il diritto di commetterne altrettante nei confronti di una popolazione inerme?

Io credo di no.

Il problema della convivenza tra ebrei e palestinesi è certamente intricato e complesso e, per molti motivi, di non facile soluzione. Non ultima la questione della convivenza di due popolazioni numerose e diversissime in un territorio molto ristretto.

L’olocausto non l’hanno perpetrato i palestinesi né hanno chiamato loro gli ebrei nei loro territori.

In ogni caso, data la situazione che si è creata, il dialogo e il confronto non hanno alternative.

A meno che non si voglia considerare un’alternativa la ‘foresta’ attuale nella quale ci si ammazza fino allo sterminio totale.

Per quanto riguarda noi, invece, forse è giunta l’ora di abbandonare l’atavica nostra ipocrisia che ci induce a stracciarci le vesti per alcuni morti e a rimanere del tutti indifferenti nei confronti di altri.

Nessuno ha il diritto di uccidere indiscriminatamente altri esseri umani: non ce l’avevano i nazisti, non ce l’hanno i palestinesi non ce l’ha lo stato di Israele.

Se si riscoprissero le ragioni profonde dell’essere ‘esseri umani’ forse si potrebbero trovare le strade per risolvere i contrasti in maniera pacifica, senza stragi né inaccettabili ritorsioni.