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IL NON DETTO – 2- (29-01-2023)

C’è un non-detto personale (volontario, soggettivo, caratteriale …): vi ho accennato nel mio post precedente.

E’ un non-detto che fa male e ferisce profondamente la persona che lo custodisce.

Perché sa che potrebbe dirlo, che dovrebbe dirlo ma non lo esprime.

Non tanto per mancanza di volontà o per una forma (in)consapevole di sadismo ma per un’incapacità intima a superare certe barriere interne.

Come ho scritto, questo non-detto – che andrebbe detto -, lacera l’animo di chi non lo esteriorizza.

Si tratterebbe di varcare la soglia, di abbattere quel muro che sembra invalicabile.

Quando lo si fa tutto diventa più semplice e agevole: ci si meraviglia, anzi, di non aver avuto per così tanto tempo il coraggio di far saltare quella barriera che sembrava di acciaio impenetrabile, che era in realtà di cartapesta.

Ma a parte questo non-detto ‘soggettivo’, ce n’è poi un altro, che chiamerei formale, istituzionale: è il collante che tiene insieme la società.

Fin dalla più tenera età veniamo educati a parlare di certe cose e a tacerne delle altre: veniamo formati a non dire tutto ciò che pensiamo degli altri, ad auto censurarci, a tenere per noi stessi ciò che potrebbe metterci ‘gratuitamente’ in contrasto con gli altri.

Lo facciamo in famiglia, con gli amici e ancor di più nella società allargata.

Se le persone si dicessero apertamente e sempre tutto ciò che pensano, non si potrebbe formare alcun tipo di società

Si può dire che uno dei fondamenti delle società umane è l’ipocrisia?

Credo di sì. Che non è una caratteristica innata ma acquisita: la società, proprio per difendersi, spinge tutti i suoi membri a rivestirsi di questo habitus fin dai primi anni di vita.

Nella fiaba ‘I vestiti nuovi dell’imperatore’ di Hans Christian Andersen è proprio un bambino che urla ciò che vede, ciò che tutti vedono ma che nessuno osa rivelare: ‘il re è nudo’ grida il piccolo vedendo l’imperatore andare in giro completamente nudo.

Lo vedevano anche gli adulti ma se ne stavano zitti, inchiodati com’erano a quel formalismo sociale che era diventato una seconda natura.

Io credo che una certa dose di ipocrisia sia necessaria al buon funzionamento della società: quanta?

Lo stabilisce la società con la sua maggiore o minore tolleranza.

Lo realizzano gli individui cercando, da una parte di salvare il vincolo sociale, dall’altra di non svendere la propria dignità.

L’ideale sarebbe di riuscire sempre ad esprimere tutto ciò che di positivo ‘sentiamo’ verso chi ci sta vicino e a gestire con cognizione di causa il tasso di ipocrisia necessario per garantire il buon funzionamento della società.

E, dato che l’ideale non è sempre praticabile, dovremmo almeno attestarci su un compromesso accettabile: che non degradi noi e che non ferisca gli altri.

Il NON-DETTO (28-01-2023)

Quante cose pensiamo, che non diciamo.

Quante ne vorremmo dire, che invece tacciamo.

Quante ne diciamo, che poi vorremmo non aver mai detto.

Nessun’altra nostra prerogativa è legata al rapporto con gli altri quanto il linguaggio.

È più facile pentirsi per ciò che si è detto: le parole a volte sono macigni che colpiscono e distruggono indiscriminatamente.

I loro effetti ci stanno sotto gli occhi e a volte ne paghiamo le conseguenze per anni.

Più sottile e difficile da indagare è il non-detto.

Non provoca i disastri del linguaggio ma sa essere, ugualmente, perfido e doloroso

Il linguaggio parlato ha una sfera di influenza più ampia, colpisce chi ci sta vicino ma può anche arrivare a investire e danneggiare soggetti che ci sfiorano solo superficialmente.

Il non-detto, in genere, ferisce i parenti, coloro che fanno parte della cerchia degli amici più stretti, perfino le persone più intime.

Non riconosciamo un pregio evidente, per esempio, o non esterniamo un affetto, un attaccamento che pure proviamo nell’animo.

Le cause di questi comportamenti possono essere diverse: a volte non dipendono da scelte volontarie ma da particolari caratteristiche della personalità.

Tanto è vero che soffre la persona che si aspetta qualcosa da noi ma ci angosciamo anche noi che vorremmo partecipare e che invece seppelliamo tutto nell’animo.

La soluzione sembra facile: basterebbe incoraggiare a parlare chi ha da dire, e a manifestare chi nutre certi sentimenti.

In realtà le cose non sono così semplici: niente è elementare per noi umani.

Per sbloccare le situazioni bisogna sempre essere in due: chi ha da dire o da dare e chi sente di dover ricevere.

Bisognerebbe che chi si aspetta un riconoscimento o una manifestazione non se ne stesse rintanato nei suoi accampamenti ad aspettare ma si aprisse in qualche modo cercando così di favorire le esternazioni.

Perché se è vero che soffre chi non si sente riconosciuto è altrettanto vero che sta male anche chi sente di dover pronunciarsi e non riesce a farlo.

Soprattutto se si è uniti da sentimenti veri e profondi.

Il non-detto va detto e i sentimenti vanno manifestati: per non soffrire inutilmente.

Se poi la persona cui noi dovremmo indirizzare i nostri positivi sentimenti viene meno prima di ricevere le nostre esternazioni allora rimane il rimpianto, l’inconsolabile rammarico.

Non ci sarà più modo di rimediare e quel non-detto resterà dentro di noi vita natural durante.

Ecco, questa riflessione potrebbe spingerci a fare il passo, anche contro la nostra volontà o il carattere poco espansivo.

Perché il non-detto può diventare un rovello implacabile che mette a rischio la pace interiore.

L’ELASTICO (26-01-2023)

Una canzone di Gaber ha come tema l’elastico.

Gaber immagina che corpo e anima siano collegati da una specie di elastico che, a seconda delle situazioni e delle circostanze, si tende o si allenta.

Finché l’elastico resiste la persona si tiene, sopravvive e fa la sua parte nella società.

Se si rompe c’è il crollo, l’individuo va alla deriva e alla fine si disintegra.

Si può strappare in tanti modi e per tanti motivi, l’elastico: sociali o personali o per entrambi.

La società dovrebbe fare di tutto per impedire che gli elastici si sfibrino e poi si rompano.

Non è in gioco solo la tranquillità e la felicità dei singoli ma anche la coesione e la stabilità delle comunità.

Molto spesso, invece, la società non fa niente, si comporta come se gli elastici non esistessero, come se le persone vivessero tutte una condizione di assoluta serenità: ma così le persone piano piano si disintegrano e vanno sempre più a fondo.

Finché corpo e anima non si ricompongono nella pace finale.

Lo spirito è pronto ma la carne è debole, recita il Vangelo.

In questi casi si riesce a sopravvivere: la vitalità, lo spirito riesce a trascinare il corpo e a spingerlo oltre l’ostacolo.

Ma ci sono situazioni, che il Vangelo non contempla, in cui il corpo sarebbe anche a posto ma lo spirito è affranto, debole, stremato, debilitato e fiaccato al punto da essere incapace di qualsiasi reazione o iniziativa.

Allora non c’è niente da fare, la persona va, irrimediabilmente, fuori giri e deraglia, alla fine crolla e si disintegra.

Credo che lo scopo principale, essenziale, di una società che vuole essere comunità sia quello di far sì che gli elastici dei suoi membri non si allunghino troppo fino a rischiare di rompersi.

Quando troppe persone vivono una condizione slabbrata e degradata, vivono nella solitudine e nell’isolamento, vivono tutte sole le tragedie che la vita immancabilmente getta tra i piedi, allora anche la società rischia di implodere o di esplodere: fino a realizzare non la comunità ma al punto da riproporre la foresta.

È già successo.

L’ideale sarebbe di arrivare ad eliminare gli elastici, a far sì che tutte le persone realizzino la compenetrazione e la pace vera tra anima e corpo: avremmo una società perfetta.

Questo, come tutti gli ideali, è forse irraggiungibile.

Ma gli ideali servono come mete verso cui tendere, per realizzare fino in fondo l’essenza vera della nostra umanità.

Questa meta, tuttavia, mi pare totalmente estranea al tipo di collettività che abbiamo realizzato.

La nostra società, bisogna dirlo chiaramente, anziché aiutare le persone a vivere realizzate e serene, ha creato degli abissi: tra gli individui e all’interno degli stessi.

Ci sono degli elastici interminabili che, lungi dal tenere uniti i membri, li allontanano al punto che non riescono nemmeno più a vedersi l’un l’altro, a non potersi più sentire come appartenenti ad uno stesso gruppo.

E, contemporaneamente, la separazione interna tra anime e corpi diventa sempre più reale e insuperabile.

La comunione sociale e personale, più che con i discorsi, si realizza con l’esempio.

Se tu, presidente della repubblica, predichi bene, nel senso che con i tuoi discorsi chiami la società all’integrazione e alla comunione ma poi vivi da nababbo, conduci cioè un’esistenza totalmente distaccata dalle condizioni reali in cui versa la maggioranza dei tuoi cittadini, non puoi certo pretendere che le tue parole siano efficaci, producano cioè gli effetti positivi che tu auspichi.

Si dovrebbe forse parlare di meno e adoperarsi fattivamente affinché la tanto sospirata armonia, sociale e individuale, possa realizzarsi.

Siamo anche qui nell’ambito dell’utopia?

GLI DEI (21-01-2023)

Secondo gli antichi gli dei sono invidiosi della felicità degli uomini e si ingegnano in ogni modo per guastarla.

Non so se esistono gli dei, di cui hanno scritto gli autori classici.

So per certo che non esiste la felicità degli umani.

Possono esistere stati di serenità, di contentezza, ma la felicità in quanto tale credo non ci appartenga. Non si tratta di condividere il modo di vedere di Leopardi ma di essere realisti.

Epicuro (Lucrezio) afferma che gli dei non si interessano delle faccende degli umani: se ne stanno tranquilli e sereni tra mondi e mondi a vivere la loro esistenza beata.

Gli uomini, come tutti gli altri animali, vivono in forza di quelle che sono le leggi che governano il loro particolare stato di esseri animati.

Secondo il cristianesimo (e anche per altre religioni) la divinità è fortemente implicata con la nostra esistenza: interviene e interagisce così da influenzare (se non proprio determinare) le nostre condizioni vitali.

Non avendo alcuna contezza dell’esistenza degli dei, non posso concordare con quanto afferma Epicuro, anche se può sembrare verosimile.

Quanto a ciò che sostiene il cristianesimo nutro seri dubbi: Dio vede e in qualche modo condiziona la vita degli umani. Tollera che soffrano, anche se innocenti, riservandosi poi di premiarli nella vita futura, quella che comincerebbe dopo la morte.

A volte, addirittura, Dio non solo permette ma proprio promuove la sofferenza degli umani, per metterli alla prova, per essere sicuro della loro ‘fedeltà’ e poterli poi premiare o condannare con cognizione di causa.

Questa posizione mi pare paradossale e francamente inaccettabile.

Quella che viviamo è l’unica vita di cui disponiamo, di cui abbiamo sicura certezza: che senso ha viverla nel dolore e nella sofferenza per meritarsene un’altra ultra terrena, sull’esistenza della quale non mi giocherei un centesimo?

Tanto più, poi, che la stessa futura felicità toccherebbe anche a molte persone che hanno condotto una vita tutto sommato tranquilla e serena, senza particolari sofferenze. E anche a chi ha goduto nella vita terrena della massima ‘felicità’ possibile.

Insomma, sia come sia, credo che gli dei c’entrino poco con la nostra esistenza.

Non credo esistano gli dei dell’antichità, quelli che Dante qualificava come ‘falsi e bugiardi’.

E se esistono e se ne stanno per conto loro, come pensavano Epicuro e Lucrezio, è come se non esistessero.

Quanto alle divinità della nostra era (il Dio degli Ebrei, quello dei musulmani o il Dio dei cristiani) non so che dire: nel senso che non ho nessuna evidenza. E non mi pare ci sia qualcuno che ce l’abbia.

Ma un Dio onnipotente che permette o addirittura provoca la sofferenza per mettere alla prova, in una sorta di mercanteggiamento volto a definire il ‘tipo’ di vita eterna da attribuire, si pone comunque al di fuori e al di là della mia comprensione. Mi sembrerebbe una divinità crudele e insensibile, come il Dio degli Aztechi.

Io penso che la sofferenza e il dolore facciano parte del mondo della vita, che, certo, contempla anche serenità e tranquillità ma che, allo stesso modo, non può prescindere dal disagio e dal tormento.

Si tratta di farsene una ragione: anche se è difficile e triste.

Quanto alla divinità, qualunque essa sia, mi viene da dire: se ci sei batti un colpo.

Se non lo fai lo faccio io: nel senso che vivo come meglio posso la mia natura in solidarietà con i miei simili, cercando di contrastare la malvagità che pure ci connota.

Quanto al ‘dopo’, non è in mio potere: né in quello di nessun altro.

Se non c’è, come io ritengo, non ho disonorato la ‘categoria’.

Se c’è: sono pronto.

ARRESTATEMI!!! (19-01-2023)

Ho visto la cella di Matteo Messina Denaro.

Ho sentito tutte le descrizioni, soprattutto quelle concernenti la salute.

Sarà monitorato e curato adeguatamente.

Un’equipe di oncologi seguirà l’evolversi della sua malattia e presterà particolare attenzione ai cicli di chemio e radio di cui avrà bisogno.

Ho pensato alle mie condizioni: ore al telefono per prenotare un esame, appuntamenti ottenuti nell’arco di settimane e mesi, le file, le attese, la necessità di ricorrere al privato …

Ho fatto un rapido confronto e mi sono chiesto: sarà per tutti o solo per i grandi capi?

Se è solo per loro, allora il carcere è come fuori: resto dove sono.

Se è per tutti, allora voglio andare in prigione anch’io.

Almeno quando sto male.

Chiedo umilmente di essere arrestato, anche senza aver commesso particolari reati.

O devo per forza ammazzare qualcuno per poter usufruire dei servizi sanitari?

Arrestatemi e basta!

LA SOCIETÀ ‘MERCANTILE’ (17-01-2023)

Naturalmente ci sono definizioni canoniche e riferimenti storici imprescindibili.

È chiaro che la nostra non è più la ‘società mercantile’ classica, essendo noi transitati prima nella società industriale, successivamente nell’era del terziario.

Anche se non saprei dire con esattezza in che cosa ci troviamo adesso.

Catalogazioni a parte per società mercantile io intendo quella aggregazione sociale che mette l’individuo e le sue proprietà al centro di tutto.

Si vale solo se e in quanto si possiede. E, naturalmente, quanto più si possiede, tanto più si vale.

Se posso pagare ottengo tutto, o quasi, diversamente posso pure morire di fame, di freddo o di malattie che non interessa a nessuno.

Ecco il significato del termine mercantile: se hai da comprare, merci o servizi, la sfanghi, diversamente vai a fondo.

Mi si dirà che ci sono dei lodevolissimi esempi che vanno in un’altra direzione, che negano questa mentalità affidandosi ad una prassi totalmente diversa.

Lo so e conosco alcune di queste organizzazioni: ma sono eccezioni che certo non fanno fronte a tutti i bisogni dell’umanità. E come potrebbero?

Non voglio dire che sono eccezioni che confermano l’andazzo generale: restano in ogni caso delle perle rare che non riescono a trasformare la ‘forma mentis’ e il ‘modus operandi’ della società nel suo complesso.

Si potrebbe dire che la struttura delle società contemporanee (almeno quelle del mondo occidentale) prende forma a partire dal Basso Medio Evo quando nelle nascenti città si impone un ceto mercantile intraprendente e spregiudicato che pone il conseguimento di un sempre maggiore profitto come unico scopo della propria esistenza. 

Da quel modello e attraverso vari rimaneggiamenti si è passati alle grandi imprese industriali tipiche del mondo angloamericano. Fino agli ‘anonimi’ potentati finanziari che gestiscono le sorti dei popoli nel nostro tempo.

Non è certo, questo mio, un excursus storico – sociologico ma solo un modo per mettere in chiaro un’idea sulla quale sto insistendo da diverso tempo: riguarda il senso profondo dello stare al mondo, l’essenza vera della vita e della natura umana.

Tutti gli esseri viventi nascono per sopravvivere e per vivere il più felicemente possibile.

Sconfiggere il dolore, avere di che alimentarsi e conseguire l’appagamento generale del proprio essere.

Anche gli animali più feroci, soddisfatte queste condizioni, se ne stanno distesi beati e innocui.

Solo l’essere umano sembra non accontentarsi di quello stato ma è sempre alla ricerca di un di più, di una super eccedenza che finisce per rendere ‘problematica’ la vita di tutti.

Si vuole per sé, soltanto per sé stessi, non solo quanto basta per essere soddisfatti ma quanto basterebbe per rendere felici migliaia e a volte addirittura milioni di propri simili.

L’uomo, unico tra tutti gli esseri viventi, è come posseduto da questa inestinguibile brama: di ammucchiare, di possedere, di mettere nei propri forzieri tutto ciò che si può accumulare.

Così facendo deve sottrarre ad altri suoi simili non solo un modesto surplus ma addirittura il necessario per sopravvivere.

Cosa che, ovviamente, scatena resistenze, contrapposizioni e veri e propri conflitti.

Come esseri umani avremmo anche un briciolo di razionalità per capire l’assurdità di certi comportamenti ma, evidentemente, gli appetiti sono troppo più forti e si impongono facilmente.

Per tornare al titolo: nonostante le analisi e le definizioni di storici e sociologi bisogna riconoscere che, come umanità, non ci siamo allontanati dagli schemi e dalle linee guida della società mercantile.

Anche se, soprattutto negli ultimi decenni, sono emerse delle preoccupanti emergenze che dovrebbero almeno far riflettere.

Dovrebbero spingerci a privilegiare finalmente la razionalità: per tenere a freno gli appetiti.

Per capire che quello che conta veramente è il benessere per il maggior numero di persone.

Realizzare questo obiettivo è sì un atteggiamento altruistico ma è anche la più alta espressione dell’egoismo individuale.

Infatti, senza il benessere degli altri non c’è vero benessere per nessuno.

NORMALITÀ (14-01-2023)

Cos’è la normalità della vita di un comune mortale?

E’ il tran tran che ad un certo punto si instaura nell’intreccio tra impegni lavorativi, cura della famiglia e tempo dedicato all’espressione della propria personalità.

Quando la vita quotidiana diventa un andare sicuro, fatto di pratiche consolidate, di decisioni già prese, di scelte adottate con il pilota automatico.

E’ un moto ‘immobile’, un procedere che, in un certo senso, è come lo stare fermi: è la sintesi pratica perfetta tra l’imperativo di Eraclito e il dogma di Parmenide.

Questo dinamismo statico a volte si interrompe, viene manomesso e stravolto non tanto da iniziative personali ma dagli eventi esterni, dall’intrusione nel ménage consolidato di accadimenti imprevisti e imprevedibili.

Raramente succede che la ventata del cambiamento porti con sé delle novità positive, tali da costituire una vera e propria svolta nell’esistenza.

In questo caso la fine delle precedenti pratiche è salutata con favore: si impone un nuovo e più favorevole andamento che trasforma la vita precedente e infonde nuovo slancio a tutte le attività.

Più spesso accade, ahinoi!, che la variazione si configuri come un vero e proprio stravolgimento in negativo delle consolidate abitudini costringendo i soggetti interessati a rivedere tutta la propria esistenza, a rammendarne gli strappi e, in definitiva, ad assestarsi su un train de vie totalmente diverso e sicuramente meno agevole del precedente.

C’è chi non accetta le alterazioni improvvise e radicali e fugge o si toglie di mezzo non ritenendosi idoneo a scalare la ‘nuova’ montagna.

E c’è chi, pochissimi, trasformano le mutazioni in energia, in forza propulsiva per far fare un balzo in avanti alla propria esistenza.

Credo che la maggioranza cerchi di adattarsi.

Naturalmente c’è modo e modo di adeguarsi: si può chinare la testa e subire senza reagire i colpi della sorte, sprofondando ogni giorno un po’ di più, in una discesa lenta ma inarrestabile che si concluderà solo con la morte naturale.

E c’è chi, pur ritenendo di non potersi sottrarre ai colpi della sorte, tiene comunque botta, come si suol dire, resta a testa alta, subisce – non può fare altrimenti – ma non si piega: sfida, in un certo senso, quel destino che sa invincibile e ‘vende cara la pelle’.

Nel mio piccolo credo di appartenere a questi ultimi: almeno fino ad oggi.

E in ogni caso, quant’era dolce il noioso tran tran precedente, come lo si rimpiange e desidera, dopo, quando è svanito per sempre travolto dagli avvenimenti, sepolto dalle proprie ubbie e dagli spasimi per le novità!

Rammaricarsi, dopo, è perfettamente inutile: quando il dolce e noioso andare delle cose è stato distrutto, niente e nessuno potrà più riviverlo com’era.

E’ come un bel vaso di terracotta: se cade e va in mille pezzi non potrà più ritornare come prima.

Maledetto tran tran, benedetto tran tran.

La sua distruzione è la molla del cambiamento, del possibile miglioramento.

La sua conservazione è l’espressione dello spirito di sopravvivenza: sarebbe anche, se se ne fosse consapevoli, la realizzazione di quello spicchio di felicità che è concesso agli umani.

Amiamo il tran tran ma invochiamo il cambiamento: quello immaginato e prefigurato da noi, però.

Quasi sempre ci tocca uno tsunami portato dal caso.

Non abbiamo meditato abbastanza la filastrocca di Giuseppe Giusti.

E il logos stoico rimane per noi qualcosa di lontano, inafferrabile e incomprensibile.

Ducunt volentem fata, nolentem trahunt’: scrive Seneca.

L’ideale sarebbe vivere in serenità la ‘normalità’ e con dignità i flagelli.

E tuttavia: quanto sei amabile, cara, noiosa normalità!

Al destino crudele, cinico e baro dico: cadrò in piedi!

LE PERSONE CARE (13-01-2023)

Ci sono i ‘cari’ per definizione, per legge quasi e i ‘cari’ per scelta o per empatia.

Nei documenti ufficiali risultano solo i primi, nella vita valgono di più i secondi.

I cari ‘burocratici’, chiamiamoli così, sono i parenti più stretti: i genitori, i fratelli, i figli, i partner. Ci si può allargare al massimo fino agli zii, ai primi cugini e ai nipoti diretti.

A tutti costoro ci collegano legami di sangue, catene di DNA e anche lunga comunanza di vita quotidiana.

A volte quei lacci fisici si trasformano in amorosi sensi e allora nasce un rapporto che ha del sublime, fatto di elementi saldissimi e inestricabili.

Altre volte invece, in maniera a prima vista inconcepibile, quell’unione fisica, di natura ancestrale, si trasforma nell’inimicizia più efferata quasi che quell’attaccamento che durava da anni e che pareva inscalfibile fosse stato in realtà alimentato da un oscuro demone che sotto le apparenze dell’affetto nutriva l’odio e la repulsione.

E poi ci sono i ‘cari’ per empatia: quei soggetti che incontriamo per caso nella nostra vita e con i quali costruiamo nel tempo un’amicizia profonda, un rapporto che spesso esclude la fisicità e che si nutre di corrispondenze ‘spirituali’, che si abbevera ad un comune sentire che nel tempo diventa, anche senza volerlo, una sorta di ideale identità.

A mio avviso non se ne incontrano molte di persone di questo tipo ma le poche prescelte vivono una simbiosi eccezionale che si rafforza nel tempo e che non risente negativamente nemmeno dei periodi, anche lunghi, di forzata lontananza.

Quando sta male un ‘caro ‘istituzionale’ si soffre, perché trattasi di persone con cui, in ogni caso, si sono condivisi anni di vita e svariate esperienze.

Ma quando a subire i colpi di un destino avverso sono gli ‘amici dell’anima’, allora si soffre doppiamente, intimamente soprattutto.

In questo secondo caso non si tratta più di ‘alterità’ ma è come se una parte di noi stessi patisse le pene dell’inferno.

Succede anche che un ‘caro istituzionale’ sia pure un ‘caro empatico’, nel senso, per esempio, che la moglie diventa anche la tua migliore amica.

Sembra improbabile che questo accada e molta cronaca nera che scorre sui nostri media sembra confermare questa impossibilità.

Eppure succede e quando si realizza, il legame tra due persone diventa qualcosa di unico, di inesprimibile, di profondo e di insondabile.

Quando uno di questi soggetti cade vittima di una qualche disavventura, di una disgrazia o di una malattia, l’altro soffre terribilmente.

L’aria gli diventa irrespirabile, intorno a lui si crea il vuoto, tutte le sue certezze vacillano, deve farsi forza per cercare appigli e motivazioni per andare avanti.

Ciò che più gli dà forza ed energie è la determinazione a contrastare la disgrazia, a lottare assieme contro il destino per affermare decisamente la volontà di condividere fino in fondo la sorte del proprio ‘caro’.

Farsi coraggio per dare coraggio’: questo è il proponimento che, nonostante tutto, gli permette di continuare a sfidare la fatica dei giorni.

Le persone veramente care sono una grande risorsa della nostra esistenza.

Purtroppo spesso ci accorgiamo della loro importanza solo quando qualcosa si guasta, quando il tran tran della vita quotidiana viene proditoriamente sconvolto.

Allora il vuoto che si viene a creare rischia di trasformarsi in una sorta di buco nero che tutto risucchia.

Naturalmente in tutto questo nessuno può mai permettersi di lasciarsi andare: ‘fin che c’è vita c’è speranza’, recita l’adagio.

E vale per tutti: sia per chi è vittima in prima persona che per chi vi è trascinato dentro per comunione simbiotica.

HO CONOSCIUTO, CONOSCO … (04-01-2023)

Questa volta voglio parlare di una persona a me cara che sta vivendo un momento difficile.

Nel mondo ne succedono di tutti i colori: ragazzi che si ammazzano in guerra; ragazzi che si schiantano incoscienti sulle strade; persone che muoiono annegate nel tentativo di dare una svolta positiva alla loro esistenza …

E poi tutti gli altri morti, per cause naturali e non.

Le statistiche dicono che ogni giorno, sulla Terra, muoiono circa 150.000 persone. Una città.

Una enormità.

E non si contano le persone che si ammalano e soffrono.

Ma torno all’inizio perché un conto è il dolore degli altri che magari ti colpisce ma che in realtà ti sfiora e passa via, un altro conto è la sofferenza di chi ami, di chi conosci da una vita, di chi ti sta accanto e in un certo senso vive dentro di te.

Tutte le sofferenze feriscono, quelle della persona cara fanno sanguinare.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio’ scrive Montale con l’essenzialità che lo contraddistingue.

Siccome io non so essere così succinto aggiungo: non solo le ho scese con te mano nella mano, abbracciato a te, ma le ho anche salite.

E non solo le scale ma abbiamo corso insieme anche le montagne russe e ci è toccato pure il ‘cerchio della morte’.

Non sono stati sempre rose e fiori, non ci sono mancate difficoltà e tensioni come capita a tutti.

E tuttavia il nostro legame ha resistito, è stato più forte di qualsiasi contrarietà.

Sembra incredibile affermarlo adesso, quando ormai molti rapporti non riescono a sfidare un decennio.

Come ci siamo riusciti non lo so e forse farei fatica a spiegarne il segreto: ma è successo.

Oggi siamo ad uno snodo capitale in cui tu sei chiamata a giocarti tutto.

Perché le cose siano andate in questo modo crudele è avvolto nelle nebbie del fato.

Ci è toccato, però, ti è toccato e non ci si può fare niente.

Resta ancora uno spiraglio e dobbiamo fare di tutto per tenerlo aperto.

Mettiamoci in mezzo, facciamoci forza, e impediamo al destino di chiuderlo.

Chissà.

Ci sono rapporti che durano un soffio di vento.

Il nostro dura da decenni.

Merita un’altra chance!

MONDEZZA romana (31-12-2022)

Si può, a capodanno, parlare di ‘mondezza’ o ‘monnezza’ che dir si voglia?

Non si dovrebbe, ma si può.

In certi casi si deve.

In questa fine anno 2022 (lo stesso dicasi per l’inizio 2023) Roma trabocca di spazzatura, di rifiuti: organici e non.

Mi meraviglio che la città non sia ancora stata conquistata a man salva dai topi: senza colpo ferire.

Mi indigna invece il ‘lato’ politico della faccenda: cambiano di nome e di colore i governi della città ma i fatti restano sempre gli stessi.

Tutti promettono, prima, per avere il voto, tutti scontano poi un’impotenza frustrante.

Com’è possibile che tutte le città europee abbiano risolto questo annoso problema dei rifiuti e Roma continui invece a sguazzare nella melma?

Sono anni che andiamo avanti così, per non dire decenni: non cambia mai niente. MAI.

E se apri bocca ti tacciano di ‘qualunquista’.

Come ho detto questo dovrebbe essere il momento dei consuntivi, magari positivi, dei buoni propositi per il futuro, delle promesse realistiche di un miglioramento possibile.

E invece siamo sempre qui a rimestare le solite insolute questioni: i trasporti che non funzionano, i cinghiali che spadroneggiano e poi queste ammucchiate di rifiuti assolutamente indegni di una popolazione civile.

Come si fa a non capirlo?

Come si fa a tollerarlo?

Con che faccia ci si presenta poi davanti agli elettori promettendo cambiamento e buon governo?

Siamo alle soglie del nuovo anno.

Non dico ‘speriamo’ né ‘mi auguro’: l’ho già detto troppe volte. Invano.

Guardo al futuro con sguardo disincantato.

Se proprio mi devo augurare qualcosa ‘spero che non succeda di peggio’.

Non so se è una maledizione o una tara specifica di noi italiani.

Riusciamo ad inquadrare le situazioni, perfino a intravederne le soluzioni ma non riusciamo a far niente per incidere sulla realtà negativa al fine di migliorarla: almeno un poco.

Nessuno ci riesce, qualunque sia il partito o il raggruppamento di appartenenza.

Vivere perennemente in questo stato di cose è desolante.

Di che cosa avremmo bisogno?

Di un Ercole che devii il corso del Tevere dentro la città, in modo da ripulirla radicalmente in un batter d’occhio?

Roma è bella da svenire ed è sozza da far venire il voltastomaco.

Come si può tollerare che un tale scrigno di bellezza affoghi nel lerciume?

Per l’anno nuovo?

Non oso augurarmi niente: spero solo di non sprofondare.

È troppo poco?

Non so.

Me lo farei bastare.