Mors et vita duello conflixere mirando …
Il destino non è un’entità o una divinità come pensavano gli antichi, né ci sono da qualche parte Parche che filano.
È, semplicemente, una parola: che esprime un dato di fatto.
Tutti gli esseri viventi, appunto perché tali, iniziano ad un certo punto un percorso che poi continua seguendo determinate traiettorie e che, ancora ad un certo punto, necessariamente finisce.
Deve finire: per tutti.
Non è questione di destino o fato: è una legge di natura secondo cui tutto ciò che comincia deve poi finire.
Si può cominciare oppure no: in tale evenienza non c’è alcuna necessità, solo casualità. Ma si deve finire, una volta iniziato il percorso. Su questo l’obbligo è inderogabile.
Non è molto poetico né consolatorio ma è così.
Si tratta di prenderne atto e di accettarlo. (*)
Anche perché, se non lo facciamo, le cose seguiranno ugualmente il loro corso.
Indipendentemente dai nostri intendimenti e dalle nostre fantasie.
Dopo?
Dopo, probabilmente e conseguentemente, ci sarà quello che c’era prima: il nulla dell’esistente, della persona e un pugnetto di materia residuale.
Più o meno grande a seconda della precedente corporeità del trapassato.
E l’aldilà?
È un pensiero che aiuta a vivere, e … nothing more.
La fede?
La fede è solo una forma di temerarietà, confortante e forse necessaria.
Che, purtroppo, non incide molto nella vita quotidiana delle persone.
Come mai i credenti si comportano come se l’aldilà non esistesse, rimane per me un mistero.
Probabilmente è una caratteristica di una specie intimamente malvagia come la nostra.
Follia per follia, nulla mi impedisce, non di credere, ma di sperare che, di là, dopo la morte ci sia qualcosa.
È un’idea consolatoria senza alcun fondamento ma tutti gli esseri umani ne coltivano qualcuna.
Aiuta a vivere.
Perché non la posso abbracciare anch’io?
Sperare, dunque, senza credere.
Credere vuol dire auto convincersi di qualcosa.
Che bisogno c’è di credere quando si può sperare, anche senza credere.
Semplicemente.
Follemente.
D’altra parte non è meno sconsiderato credere, auto convincersi dell’esistenza di qualcosa di cui non si ha alcuna prova e non si conosce alcun elemento.
Tanto vale fare un bel salto nel vuoto, senza pretendere punti di appoggio che non si possono dare, che non esistono, che nessuno può garantire.
Ecco: la speranza è per una minoranza disincantata, di psiche resistente, non bisognosa di puntelli consolatori.
La fede è per la maggioranza: cementata dalle liturgie e forte del numero vive di certezze auto referenziali.
Fede e/o speranza in ogni caso aiutano a vivere: dovrebbero aiutare a vivere.
Nel senso che, se io credo nell’esistenza di un al di là, è chiaro che devo fare di tutto per meritarlo, per conquistarlo.
Lo stesso dicasi per la speranza.
Fede e speranza, al livello più basso, si dovrebbero almeno tradurre nella scommessa di Pascal.
Non sono sicuro che esista qualcosa, dopo, ma questo qualcosa, anche se non è certo, non posso rischiare di perderlo, quindi … devo vivere come se ci fosse.
Devo constatare che la fede di chi si professa credente non raggiunge nemmeno questo infimo livello.
Le persone frequentano i templi, pregano, si prostrano, poi escono e si ammazzano, scatenano guerre che provocano caterve di morti e immani distruzioni.
Com’è possibile?
Questo non l’ho mai capito e non lo capisco.
Credo sia l’espressione più alta della follia della nostra specie.
Tu credi che dopo la morte ci sarà un Dio che ti giudicherà e ammucchi uno sull’altro migliaia di morti ammazzati …
Se non è follia questa …
Tutto questo mi fa pensare che forse il paradiso non esiste.
Se qualcosa esiste è sicuramente l’inferno.
L’unico posto adeguato per la nostra specie.
(*)
Siamo sempre e solo concentrati sul ‘dopo’, e il ‘prima’?
Che cosa eravamo prima di nascere?
Dove eravamo?
Eravamo?
Se abbiamo avuto una qualche forma di esistenza, non ne abbiamo conservato alcuna consapevolezza.
Quindi, per noi, è come se non l’avessimo avuta.
E se non abbiamo conservato alcuna memoria del prima come facciamo ad attribuirci un’esistenza eterna per ‘dopo’?
In analogia al prima possiamo, al massimo, attribuirci un’esistenza diversa, totalmente ‘altra’, rispetto all’attuale.
E se così fosse, se cioè noi diventiamo ‘qualcosa’ che nulla ha da spartire – quanto a coscienza – con la nostra attuale esistenza, con la nostra persona, allora, per noi, è come se quell’eventuale altra post esistenza non ci fosse.
Un bel intrico.
Meglio non pensarci.
Ecco perché ci vuole la fede.
Solo con la fede si colma il gap.
Se non ce l’hai, resti semplicemente di qua, con la tua vita rigidamente inquadrata dai due cippi miliari: la nascita e la morte.
Il resto sono parole e idee, che possono aiutare a vivere ma che, com’è noto, non potranno mai donare l’essere a nessuno.
Nemmeno all’anima.
Ma siccome noi siamo esseri complicati ed esigenti e con la poesia e la musica produciamo anche tanta bellezza, nulla ci impedisce di sperare.
In fondo si tratta di una ‘follia’ positiva, che aiuta a vivere.
Un po’ come le illusioni di Ugo Foscolo.
Sempre meglio della follia omicida della guerra.
Credere … sperare …
Due espressioni tipicamente umane, come scrivere poesie o comporre musica.
Di fatto non ha nemmeno molto senso chiedersi se abbiano o no una consistenza ontologica.
‘Servono’ per vivere e tanto basta.
Mi piacerebbe che aiutassero le persone a vivere bene, a rispettarsi e ad aiutarsi.
Ma forse pretendo troppo: se così fosse non saremmo più esseri umani ma qualcos’altro che non siamo.
Che mai saremo?
… … …