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1948

TRUMP (l’invincibile?)

Trump, l’anaconda che vuole appropriarsi del mondo intero.

Una sorta di Lucifero, tipo quello ritratto da Giotto nella cappella degli Scrovegni: tutto afferra e tutto inghiotte.

(Tutta l’America latina, tanto per cominciare; la Groenlandia; l’Europa …).

Può vincere ma può anche finire come certi suoi omologhi: a brandelli.

Il tempo ce lo dirà.

Io aspetto, seduto sulla riva del fiume della vita.

Non per vedere le sue giacche passare veloci verso la sconfitta e, magari, l’ignominia.

Solo sperando che giustizia e umanità alla fine almeno non affondino, sommerse dalla tracotanza e dalla prepotenza gratuita.

CANE DA PAGLIAIO

Internet mi dà questa definizione:

una persona che appare aggressiva, rumorosa e minacciosa ma che in realtà è inoffensiva e inconcludente, che abbaia molto ma non agisce concretamente.”

Aggiungerei: il cane da pagliaio abbaia molto contro le persone inoffensive, guaisce e scappa di fronte ad animali più grossi o a persone che non si fanno intimidire.

L’intervento USA in Venezuela ha dimostrato con matematica precisione la vera natura dei nostri politici: non hanno emesso un suono, silenzio assoluto nei confronti del padrone che ha commesso un atto terroristico internazionale, violando tutte le norme.

Dove sono la Meloni e Mattarella, così solleciti nel condannare la Russia per l’invasione dell’Ucraina, così favorevoli a contrastare ‘il nemico’ anche con le armi (quelle degli altri, magari, secondo la consolidata tradizione nazionale)?

Neanche una parola.

Silenzio assoluto.

In realtà dalla Meloni non mi aspettavo niente di diverso: va dove la indirizza il padrone. La sua storia non mente.

Ma che vergogna, signor presidente. Che miseria!

Mi meraviglio di te, soprattutto: sembravi una persona di principi ‘alti’ e al di sopra di ogni sospetto.

Con il tuo silenzio hai derubricato a chiacchiera da bar tutti i tuoi interventi, tutti i tuoi seriosi discorsi di politica internazionale.

Gli stessi tuoi proclami di fine anno diventano penosi piagnistei.

E quale credibilità possono avere le tue intemerate contro la Russia per l’intervento in Ucraina?

Spero che almeno, da qui in avanti, avrai il buon gusto di startene in silenzio.

Pur non condividendole non ho mai detto niente sulle tue invettive contro la Russia ma adesso è tutto chiaro e ho capito. Non ce l’hai con la Russia perché ha invaso l’Ucraina, ce l’hai in forza dell’antico pregiudizio antisovietico vetero democristiano. Le origini tornano a galla e si impongono.

 

Conclusione?

Ti ho apprezzato nel tuo primo mandato: quanto al secondo, per carità di patria, stendo un velo pietoso.

(Per non parlare della Von der Leyen che si è rivelata per quella ‘poveretta’ che è. Per essere buoni.)

FAMIGLIA DEL BOSCO

( * vedi nota in fondo)

E’ chiaro che non conosco la situazione nei minimi particolari: so quello che hanno raccontato i media. Più o meno.

Quindi non intendo esprimere giudizi o schierarmi.

Solo qualche osservazione.

Mi pare che nei confronti di questa famiglia c’è stato ed è in atto un accanimento senza precedenti.

In nome di che cosa?

Di un ‘dover essere’ che, tuttavia, è disatteso in modo clamoroso in altre innumerevoli situazioni di fatto.

A volte i giudici diventano implacabili soprattutto con i più deboli, con chi è sprovveduto e non ha santi in paradiso.

Quanti bambini a Napoli, a Bari, a Palermo o anche nelle periferie di Milano o di Roma vivono completamente trascurati dai loro genitori, senza istruzione e contesto educativo?

Sono certamente migliaia, lo sappiamo tutti.

Vogliamo parlare dei bambini che vivono nei campi Rom?

Che molto spesso, per sopravvivere e per mantenere la famiglia, sono mandati non a scuola ma sulle metropolitane o nelle vie dello shopping a depredare viaggiatori e turisti.

Per tutti questi nessuno muove un dito. Nemmeno un giudice.

I figli di questi amanti dei boschi hanno avuto la sfortuna di incappare in qualche giudice ‘integerrimo’, evidentemente ignaro di tutto quanto gli succede intorno, di ciò che capita a tanti altri bambini del suo Paese e quindi deciso a far valere le norme ‘giuste’, i comportamenti ‘corretti’.

E tutti quei bambini che oltre a non andare a scuola sono costretti a mendicare, a rubare e magari anche a prostituirsi?

Bambini che vivono non in Africa ma nel nostro Paese, nelle nostre città, sotto i nostri occhi, nei luoghi e nei mezzi pubblici che noi frequentiamo.

Forse quei bambini del bosco stavano crescendo bene, amati e curati dai genitori; evidenzieranno delle carenze cognitive, un bagaglio di conoscenze scolastiche del tutto vuoto … ma forse sono felici, tranquilli, amati e coccolati dai loro genitori.

Quanti bambini, in Italia, vivono in famiglie distrutte, dove regnano l’odio e l’acredine: vanno a scuola, imparano a leggere e a scrivere ma crescono devastati sul piano emotivo.

Non c’è nessun giudice che intervenga a proteggerli, a toglierli ai loro genitori per consegnarli ad un ambiente più sereno, almeno vivibile.

Mi piacerebbe conoscere i figli o i nipoti di quei giudici che stanno tormentando questa famiglia o magari i figli dei loro vicini, valutarne l’aspetto emotivo e vedere se è veramente tutto a posto, se ciò che è stato fatto contro la famiglia del bosco era veramente necessario o se forse si sarebbero dovuti dimostrare più comprensione, più tatto, più maturità e meno intransigenza.

Insomma non mi piace il protagonismo dei giudici soprattutto quando si impancano a censori integerrimi degli altrui comportamenti.

Sono convinto che si poteva intervenire in quella situazione con molto maggior tatto, con più discrezione; senza dividere, separare, allontanare.

Quali conseguenze determineranno in quei bambini l’allontanamento dai genitori e tutte le pratiche messe in atto dai magistrati?

Se lo sono chiesto?

L’hanno valutato?

Sono tranquilli, sicuri di aver agito per il meglio?

Per quanto mi riguarda credo che abbiano abusato del loro potere, non siano stati capaci di resistere alla smania di protagonismo, abbiano provocato nei genitori e più ancora nei bambini un danno psicologico molto grave. Spero non irreparabile.

Mi meraviglio che il Presidente della Repubblica, così sollecito nell’intervenire in tante occasioni, non abbia avuto, in questo frangente, nulla da dire.

Hanno questi fatti qualcosa a che vedere con il prossimo referendum sulla giustizia?

NOTA

Oggi, 25 dicembre, giorno di Natale, i giudici hanno impedito al padre di restare a pranzo con i figli.

Come la chiameremo questa decisione?

Un eccesso?

Mania di protagonismo?

Crudeltà gratuita?

Non capisco perché nessuno interviene contro le decisioni di questi magistrati che stanno letteralmente terremotando una famiglia che ha avuto il solo torto di voler vivere tranquilla.

Davvero un giudice può tutto? Impunemente?

REFERENDUM SULLA ‘GIUSTIZIA’

Nella primavera del 2026 saremo chiamati a votare un referendum concernente l’amministrazione della giustizia.

Francamente non credo di aver assunto tutte le informazioni necessarie per esprimere un voto veramente consapevole.

Penso di trovarmi nella stessa situazione in cui ‘naviga’ la maggioranza degli italiani.

Qualcosa forse l’ho capito.

I sostenitori del SI’ vogliono che venga approvata la ‘riforma’ elaborata dal centro destra e dal ministro Nordio.

Credo di aver capito che attraverso questa ‘riforma’ si vuole limitare lo strapotere della magistratura: ‘tagliare le unghie’ ai magistrati che, in Italia, negli ultimi decenni hanno fatto il bello e il cattivo tempo.

Coloro che invitano a votare NO, invece, intendono mantenere le cose come stanno; non accettano che alla magistratura sia imposta una qualche limitazione né vogliono che siano introdotti controlli.

Francamente non è agevole orientarsi.

Meno ancora è facile decidere che cosa fare.

Per ciascuno di noi poi, molto dipenderà dai propri rapporti con la magistratura. E con la politica.

Così come stanno le cose adesso, il potere giudiziario sembra essere l’unico capace di controllare il potere politico: combattere, cioè, il malaffare che così spesso coinvolge i rappresentanti politici.

Quindi, indebolirlo, potrebbe essere sentito dai politici di professione come un via libera per tutti gli affari più o meno loschi.

D’altra parte i magistrati si sono spesso comportati come soggetti al di sopra delle leggi, al di sopra della Costituzione: al di sopra di tutto. Ci sono stati magistrati che hanno commesso errori clamorosi (valga per tutti il caso Tortora) e non hanno pagato dazio. Spesso succede che il massimo della pena che viene irrogata ad un magistrato sia il trasferimento di sede. Pena risibile se confrontata con quanto viene comminato ai comuni mortali.

Per quanto mi riguarda penso questo: la magistratura è l’unico potere al di sopra di tutto, l’unico cui è concesso di auto giudicarsi. E’ una specie di potere assoluto sopravvissuto all’interno delle democrazie moderne.

Tutti i poteri dello Stato sono soggetti a dei controlli ad opera di un potere ‘terzo’: tutti, eccetto quello giudiziario. Che può controllare e sanzionare tutti ma non è controllato da nessun altro.

Francamente questa ‘indipendenza’ mi sembra eccessiva.

Io credo che anche i giudici dovrebbero poter essere controllati da qualcun altro, da un potere neutrale: non certo dai politici, ma nemmeno da sé stessi.

Come?

Da chi?

E’ un problema di ingegneria istituzionale che non posso certo essere io a risolvere.

Che però una soluzione la potrebbe avere, se solo lo si volesse veramente.

Riassumendo e concludendo: i giudici, a mio parere, godono di prerogative eccessive che stanno al di fuori e al di là di ogni possibile controllo.

Queste andrebbero in qualche modo limitate e corrette.

I politici non sono le persone più indicate per effettuare questi controlli in quanto troppo sensibili verso gli interessi di parte.

Né, chiaramente, possono essere i magistrati a giudicare sé stessi (come accade adesso).

Quindi?

Non ho una risposta precisa e chiara a favore dell’una o dell’altra scelta.

Ciascuno di noi dovrà valutare se è più urgente contenere e in qualche modo controllare i magistrati (come vogliono i sostenitori del SI) o se è tutto sommato preferibile lasciare le cose come stanno, concedendo quindi alla magistratura una sorta di super potere di controllo sugli altri poteri. E su sé stessa. (Quello che chiedono i sostenitori del NO).

A mio avviso anche il potere giudiziario dovrebbe essere sottoposto a un controllo neutro, ad opera di un potere ‘altro’. Non può essere controllato da sé stesso.

Come dicevo, c’è del lavoro per degli esperti qualificati per quanto possibile indipendenti.

Io, quando sarà il momento, valuterò quale esigenza merita maggiore attenzione.

In questi mesi che rimangono, spero di raccogliere indicazioni più precise e chiare circa la scelta da operare.

(Per finire vorrei osservare che i quesiti dei referendum dovrebbero essere formulati in maniera molto più articolata, chiara e comprensibile.)

VECCHIAIA

Quando si è vecchi?

Quando si raggiunge o si oltrepassa una certa età: 70, 75, 80 ? Fate voi.

Quando si è malati e stanchi della vita.

Quando si cominciano a fare certi discorsi ‘sui ragazzi di oggi’ o sulle nuove abitudini delle masse.

Quando il tempo che passa non va più in avanti, si ferma o, addirittura, comincia a scorrere all’indietro.

O quando non c’è più niente che rallegri il vivere quotidiano ma tutto sembra congiurare contro il proprio tran tran, contro ciò che siamo o, che è lo stesso, ciò che pensiamo di essere.

C’è anche una distinzione fondamentale da fare: essere ritenuti vecchi o sentirsi vecchi.

Si viene ritenuti vecchi in base all’età, al modo di vestire, ai giudizi riguardanti l’andamento del mondo o i fatti di cronaca, al particolare linguaggio usato o alle forme linguistiche nuove non apprese, alla musica ascoltata, ai passatempi preferiti …

Sentirsi vecchi è invece un’altra cosa: non è un fatto generazionale, di età; nemmeno, propriamente, c’entrano la cultura o i gusti personali. E’ invece un certo modo di interpretare la vita e gli eventi, di sentire il proprio posto nella contemporaneità, meglio: di sentirsi fuori posto nel proprio mondo, nella propria epoca, nel proprio segmento sociale. Sentimento accompagnato dal vagheggiamento di una società ideale, diversa, molto simile a qualche modello del passato.

Ho conosciuto anziani con l’animo giovanile: non so da dove attingessero le loro energie psicologiche ma si vedevano. A volte erano persino contagiose.

E ho conosciuto dei giovani già vecchi: non tanto per il modo di vestire o i gusti ma per i discorsi, la mentalità, l’approccio alla quotidianità, i giudizi espressi su eventi o persone.

E tuttavia rimane il fatto che il passare degli anni incide sulle performance fisiche e sulla freschezza mentale.

Ciò che è veramente decisivo è la percezione che uno ha del proprio stato.

Non mi piacciono i vecchi che si comportano come ragazzi e che vogliono far credere di essere più giovani dei giovani.

Né amo i vecchi brontoli, laudatores temporis acti, in guerra con il loro tempo per partito preso, critici ad oltranza anche di ciò che a tutti pare una conquista.

Trovare e vivere l’equilibrio non è impresa facile, anche se necessaria.

Con tutto il rispetto per il passato, e l’attenzione curiosa verso il presente bisogna trovare una strada che salvi il primo e arricchisca il secondo.

Per aprire ad un futuro credibile, accettabile, proficuo per le nuove generazioni.

Più facile a dirsi che …

Spero si possa realizzare in un futuro prossimo visto che la nostra epoca mi sembra del tutto sorda rispetto alla razionalità.

Mi pare di vivere in una sorta di ambiente pneumatico, diviso in comportamenti stagni, in cui ognuno va per la sua strada ignorando l’altro: nei casi migliori.

Non siamo ancora alla guerra tra le diverse età ma circola freddezza e incomprensione.

Arriveremo mai al momento in cui i giovani capiranno che i più anziani sono una risorsa, anche per loro e gli anziani, dal canto loro, sentiranno i giovani come il lievito necessario per conservare e continuare l’umanità?

E’ l’auspicio.

GUERRA !!!

Sempre più spesso si sente parlare di guerra.

C’è chi non solo ne parla ma la invoca, quasi la sponsorizza.

Invece di fare dei tentativi concreti, reali in favore della pace, si preferisce parlare di guerra.

Tentativi che, in realtà, dovevano essere fatti da subito, già tanto tempo fa.

Dal 2014, almeno.

Non si è fatto assolutamente niente lasciando che la situazione incancrenisse e peggiorasse: sempre più, anno dopo anno.

Adesso la Von der Leyen, una nullità investita di grande potere e per questo sommamente pericolosa, invoca continuamente la guerra: un giorno sì e l’altro pure.

Benissimo!

Bisognerebbe, finalmente, introdurre in politica una regola fondamentale e inderogabile.

CHI DICHIARA LA GUERRA PARTE PER PRIMO’.

Lui, lei, i figli, i nipoti, i cugini …: tutti i parenti più stretti e gli amici più intimi con i loro cari.

Partono per primi e vanno in prima linea: non ad imboscarsi, naturalmente, ma a combattere.

Dovrebbe valere per tutti

Perché i popoli, che sono quelli che nelle guerre pagano il prezzo più alto, non si organizzano e non impongono come norma costituzionale la semplice regola che obbliga coloro che vogliono e che dichiarano la guerra ad andare a combatterla per primi in prima linea?

Credo che i tempi siano ormai maturi per questo.

Von der Leyen, non vede l’ora di sacrificare ondate di giovani sull’altare della sua ‘grandezza’.

Scenda dal piedistallo, indossi l’elmetto, dia l’esempio e parta per prima,

Seguita dagli altri.

Se questo principio fosse stato introdotto fin dall’inizio della storia dell’umanità credo che nei libri troveremmo molte meno guerre.

Armiamoci e partite!’

Sembra una barzelletta, qualcosa di comico quasi, irrealistico mi verrebbe quasi da dire.

Invece, eccetto rarissimi casi, è ciò che nella storia umana è sempre successo.

Ci sarà mai un popolo che impone ai suoi governanti: ‘armatevi e partite’?

Quando succederà, finiranno le guerre.

D’ALEMA and BERTINOTTI

Ho letto una lunga intervista a D’Alema.

Descrive il suo casale in Umbria, le sue coltivazioni, il suo vino.

Parla dei suoi viaggi, dei suoi incontri, dei suoi rapporti con i grandi della Terra che ha conosciuto, dei frati di Assisi …

Si mostra attento osservatore degli eventi internazionali, conoscitore dei drammi contemporanei …

Ma … e il comunismo? L’uguaglianza tra tutti gli esseri umani? La cancellazione dei privilegi?

Niente di niente.

Gode tranquillo delle sue rendite, che devono essere notevoli, pensa con grande garbo e signorilità agli affari suoi.

E … il sole dell’avvenire?

Può attendere: occasioni e interpreti migliori.

Intanto chi ha, si gode il suo, gli altri si devono arrangiare.

Il fatto è che tutto quello che ha, l’ha accumulato e costruito sulla retorica del comunismo, sulla vulgata della necessità di garantire a tutti un livello esistenziale almeno sufficiente, sulla profluvie di parole celebranti l’uguaglianza, sulla necessità di abbattere le disuguaglianze e distruggere i privilegi.

Così va il mondo.

Intanto lui fa il il signore in villa, il ricco borghese celebrato e omaggiato dai potenti, mentre chi ha prestato ascolto ai suoi discorsi sgomita e si affanna per non andare a fondo, per riuscire almeno a respirare.

Lunga vita ai D’Alema benpensanti pro domo sua e al diavolo i babbei creduloni (quorum ego).

Lo stesso dicasi di Bertinotti.

Con l’aggravante, per quest’ultimo, di continuare a cianciare di uguaglianza e di lotte operaie

Almeno D’Alema è più onesto: si è costruito una splendida vita di benessere blaterando su operai e diseredati e adesso se la gode, in barba si creduloni rimasti con le pezze al culo.

Bertinotti no: si è costruito allo stesso modo la sua ricchezza, anzi, con una retorica pauperistica anche più spinta, se la gode ma va ancora in giro per le televisioni a predicare il suo verbo ultra rivoluzionario.

Penoso e, insieme, anche miserevole.

Nessuno dei due pensa di restituire almeno in parte al popolo ciò che hanno avuto grazie al suo sostegno: ciò che hanno, lo danno per acquisito. Sicuramente lo attribuiscono tutto alle loro capacità e abilità.

E ritengono normale e giusto godersi il tutto con la propria famiglia ( non quella proletaria, ma quella del sangue).

Così fan tutti.

Comunque, in fondo, preferisco D’Alema perché, almeno, ha gettato la maschera.

L'(IN)CIVILTÀ dei LUPI MANNARI

La nostra civiltà, così come l’hanno strutturata gli anglosassoni, è una giungla in cui predominano le bestie feroci.

Poteva essere una prateria abitata da gentili hobbit, è invece una foresta paludosa percorsa da serpenti, insidiata da caimani.

Quando finalmente la Terra si libererà da questa specie esiziale, la nostra, un gran sospiro di sollievo si leverà da tutti gli altri viventi.

Un po’ quello che deve essere successo quando si estinsero i dinosauri.

Forse con maggiore empito e soddisfazione.

In ogni caso degli anglosassoni (sia nella versione inglese che in quella americana) non sopporto l’arroganza, la protervia, la subdola falsità.

Hanno inchiodato alle loro responsabilità storiche tutti i popoli della Terra: tedeschi, in primis e soprattutto.

Giustamente, si dirà.

Certo.

Quello che non va è la parte mancante. La loro.

Grazie al potere economico e allo strapotere dei mezzi di comunicazione, si sono auto assolti.

Anzi, hanno fatto di più.

Dal banco degli imputati, dove dovevano stare, si sono issati fino alle poltrone dei giudici, si sono assisi e non hanno più abbandonato la toga continuando ad emettere sentenze impietose contro tutto e contro tutti, riservando a sé stessi la licenza di perpetrare i più orrendi misfatti.

Quanti milioni di persone hanno sterminato gli inglesi tra ‘800 e ‘900, quanti popoli hanno sfruttato e angariato e di quante e quali altrui ricchezze si sono impadroniti …

Stesso discorso si potrebbe fare per gli USA, dalla seconda metà del novecento ai giorni nostri.

Milioni di morti ammazzati, incalcolabili ricchezze depredate.

Qualcuno ne parla? Qualcuno ne ha scritto?

Sul banco degli imputati vengono messi sempre e solo gli altri.

Possono essere tedeschi, russi o cinesi: mai anglosassoni.

Certamente la Storia si incaricherà di fare giustizia, arriverà anche per loro il redde rationem: a noi tuttavia, per ora, tocca solo la protervia e il massimo dell’ingiustizia.

Che dire, in conclusione?

Non ci sono popoli barbari e assassini e popoli santi e innocenti: il popolo ebreo, in un certo senso, è l’epitome di tutto questo.

Dall’apparizione dell’essere umano sulla Terra, tutti i popoli che si sono succeduti nell’egemonia, per esercitarla, hanno fatto ricorso alla violenza e allo sterminio.

Egiziani, Assiri, Babilonesi, Ittiti, Persiani, Romani, Mongoli, Arabi, Turchi … tutti, senza eccezione, hanno costruito il loro dominio sopra montagne di morti ammazzati.

Lo stesso discorso si può applicare ai poli meno blasonati, tipo Aztechi, Incas, Maya; alle tribù africane, australiane, indiane …

Dovunque il guardo io giro’ vedo solo una violenza inaudita, montagne di innocenti morti ammazzati.

Il fatto singolare è che non sono sempre gli stessi a sterminare, c’è alternanza, il massacrato di oggi diventa il massacratore di domani.

Fatto che, appunto, induce a pensare che non si tratti di episodi contingenti legati a particolari situazioni ma a caratteristiche ‘genetiche’ della specie.

Gli esseri umani, dunque, sono lupi e agnelli. Sempre e alternativamente.

Più frequentemente i primi, piuttosto che i secondi.

Nemmeno le religioni sono riuscite a creare un argine insormontabile contro la natura ferale degli uomini: anzi, spesso se ne sono lasciate contagiare diventando a loro volta strumenti di morte.

Che cosa si dovrebbe, si potrebbe fare?

Guardarsi apertamente in faccia, senza sotterfugi e prendere atto.

Riconoscere la nostra natura aggressiva e cercare di governarla, di indirizzarla.

Ci vorrebbe un sincero esame di coscienza dell’intera umanità: che nessuno ha mai fatto, che nessuno farà mai.

Forse lo farà l’ultimo essere umano che abiterà la Terra.

Non servirà più a niente e a nessuno.

Se non, appunto, a quell’ultimo ‘naufrago’ per mettersi in pace la coscienza.

Ripetendo ancora una volta l’operazione più inflazionata della sua specie.

(Pessimismo? Non so. Io lo chiamo realismo.)

DESTINO

Mors et vita duello conflixere mirando …

Il destino non è un’entità o una divinità come pensavano gli antichi, né ci sono da qualche parte Parche che filano.

È, semplicemente, una parola: che esprime un dato di fatto.

Tutti gli esseri viventi, appunto perché tali, iniziano ad un certo punto un percorso che poi continua seguendo determinate traiettorie e che, ancora ad un certo punto, necessariamente finisce.

Deve finire: per tutti.

Non è questione di destino o fato: è una legge di natura secondo cui tutto ciò che comincia deve poi finire.

Si può cominciare oppure no: in tale evenienza non c’è alcuna necessità, solo casualità. Ma si deve finire, una volta iniziato il percorso. Su questo l’obbligo è inderogabile.

Non è molto poetico né consolatorio ma è così.

Si tratta di prenderne atto e di accettarlo. (*)

Anche perché, se non lo facciamo, le cose seguiranno ugualmente il loro corso.

Indipendentemente dai nostri intendimenti e dalle nostre fantasie.

Dopo?

Dopo, probabilmente e conseguentemente, ci sarà quello che c’era prima: il nulla dell’esistente, della persona e un pugnetto di materia residuale.

Più o meno grande a seconda della precedente corporeità del trapassato.

E l’aldilà?

È un pensiero che aiuta a vivere, e … nothing more.

La fede?

La fede è solo una forma di temerarietà, confortante e forse necessaria.

Che, purtroppo, non incide molto nella vita quotidiana delle persone.

Come mai i credenti si comportano come se l’aldilà non esistesse, rimane per me un mistero.

Probabilmente è una caratteristica di una specie intimamente malvagia come la nostra.

Follia per follia, nulla mi impedisce, non di credere, ma di sperare che, di là, dopo la morte ci sia qualcosa.

È un’idea consolatoria senza alcun fondamento ma tutti gli esseri umani ne coltivano qualcuna.

Aiuta a vivere.

Perché non la posso abbracciare anch’io?

Sperare, dunque, senza credere.

Credere vuol dire auto convincersi di qualcosa.

Che bisogno c’è di credere quando si può sperare, anche senza credere.

Semplicemente.

Follemente.

D’altra parte non è meno sconsiderato credere, auto convincersi dell’esistenza di qualcosa di cui non si ha alcuna prova e non si conosce alcun elemento.

Tanto vale fare un bel salto nel vuoto, senza pretendere punti di appoggio che non si possono dare, che non esistono, che nessuno può garantire.

Ecco: la speranza è per una minoranza disincantata, di psiche resistente, non bisognosa di puntelli consolatori.

La fede è per la maggioranza: cementata dalle liturgie e forte del numero vive di certezze auto referenziali.

Fede e/o speranza in ogni caso aiutano a vivere: dovrebbero aiutare a vivere.

Nel senso che, se io credo nell’esistenza di un al di là, è chiaro che devo fare di tutto per meritarlo, per conquistarlo.

Lo stesso dicasi per la speranza.

Fede e speranza, al livello più basso, si dovrebbero almeno tradurre nella scommessa di Pascal.

Non sono sicuro che esista qualcosa, dopo, ma questo qualcosa, anche se non è certo, non posso rischiare di perderlo, quindi … devo vivere come se ci fosse.

Devo constatare che la fede di chi si professa credente non raggiunge nemmeno questo infimo livello.

Le persone frequentano i templi, pregano, si prostrano, poi escono e si ammazzano, scatenano guerre che provocano caterve di morti e immani distruzioni.

Com’è possibile?

Questo non l’ho mai capito e non lo capisco.

Credo sia l’espressione più alta della follia della nostra specie.

Tu credi che dopo la morte ci sarà un Dio che ti giudicherà e ammucchi uno sull’altro migliaia di morti ammazzati …

Se non è follia questa …

Tutto questo mi fa pensare che forse il paradiso non esiste.

Se qualcosa esiste è sicuramente l’inferno.

L’unico posto adeguato per la nostra specie.

(*)
Siamo sempre e solo concentrati sul ‘dopo’, e il ‘prima’?

Che cosa eravamo prima di nascere?

Dove eravamo?

Eravamo?

Se abbiamo avuto una qualche forma di esistenza, non ne abbiamo conservato alcuna consapevolezza.

Quindi, per noi, è come se non l’avessimo avuta.

E se non abbiamo conservato alcuna memoria del prima come facciamo ad attribuirci un’esistenza eterna per ‘dopo’?

In analogia al prima possiamo, al massimo, attribuirci un’esistenza diversa, totalmente ‘altra’, rispetto all’attuale.

E se così fosse, se cioè noi diventiamo ‘qualcosa’ che nulla ha da spartire – quanto a coscienza – con la nostra attuale esistenza, con la nostra persona, allora, per noi, è come se quell’eventuale altra post esistenza non ci fosse.

Un bel intrico.

Meglio non pensarci.

Ecco perché ci vuole la fede.

Solo con la fede si colma il gap.

Se non ce l’hai, resti semplicemente di qua, con la tua vita rigidamente inquadrata dai due cippi miliari: la nascita e la morte.

Il resto sono parole e idee, che possono aiutare a vivere ma che, com’è noto, non potranno mai donare l’essere a nessuno.

Nemmeno all’anima.

Ma siccome noi siamo esseri complicati ed esigenti e con la poesia e la musica produciamo anche tanta bellezza, nulla ci impedisce di sperare.

In fondo si tratta di una ‘follia’ positiva, che aiuta a vivere.

Un po’ come le illusioni di Ugo Foscolo.

Sempre meglio della follia omicida della guerra.

Credere … sperare …

Due espressioni tipicamente umane, come scrivere poesie o comporre musica.

Di fatto non ha nemmeno molto senso chiedersi se abbiano o no una consistenza ontologica.

Servono’ per vivere e tanto basta.

Mi piacerebbe che aiutassero le persone a vivere bene, a rispettarsi e ad aiutarsi.

Ma forse pretendo troppo: se così fosse non saremmo più esseri umani ma qualcos’altro che non siamo.

Che mai saremo?

… … …

SQUALLORE SERVILE

Cerimonia indegna, qualche giorno fa.


In Egitto, mi pare.

Trump, issato su una specie di palco, riceve l’omaggio di tutti i capi di stato.

Come un imperatore medievale.

Come un Carlo Magno da baraccone.

Come un Re Sole da strapazzo.

Tutti si sono prestati a questo atto servile d’altri tempi.

Meno male che mancavano la Russia, la Cina e i loro alleati.

Una cerimonia vergognosa a cui si è felicemente prestata la nostra garrula presidente del consiglio.

Che non manca di mostrare i muscoli e l’eloquio mussoliniano contro i suoi oppositori in patria.

Contro i senza-potere.

Che si stende a mo’ di scendiletto con i potenti che la degnano delle loro attenzioni.

Il mondo umano non è cambiato, non cambia mai.

Cambiano le forme: i vestiti, gli atteggiamenti, le modalità dell’omaggio.

La sostanza – la sottomissione e la deferenza servile – non cambia mai.

Sempre il potente chiede – pretende – l’omaggio, sempre i più deboli sono pronti – proni – ad accordarglielo.

La natura umana sembra immutabile non solo negli atti fondamentali legati all’alimentazione e al sesso ma anche nella sostanza degli atti rituali collegati al potere.